Riflessioni

L’incipit di “Lolita” (parte 1 )

Leggo la prima riga e già penso: ma devo farlo sul serio? Ebbene si, devo farlo. Devo tradurre l’incipit di Lolita di Nabokov per il prossimo incontro del seminario di traduzione. E mi sembra quasi un peccato, perché è già così bello, vorrei solo leggerlo e rileggerlo fino ad impararlo a memoria. Quelle parole scorrono davvero sulla lingua, come il nome di Lolita, e rimbombano nelle orecchie come se fossero al contempo urlate e sussurrate.

Il nome di Lolita è ripetuto ossessivamente, ricordato, scandito. Diviso in sillabe pare un sospiro, e poi parte quell’allitterazione intermittente del tutto intraducibile, che fa venire la pelle d’oca: “the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth”. E poi di nuovo: Lo. Lee. Ta.

Il narratore cerca di identificarla, di spiegare chi è, come appare, come la vede il mondo esterno. Ma tra le sue braccia è sempre Lolita, nient’altro. Ne parla con la sua lingua piena di pause (che per me son tutte sospiri), con la passione per gli accostamenti insoliti, per i costrutti che spiazzano. Mi sono chiesta che cosa fosse quel “princedom by the sea”, e non sono riuscita ad immaginarlo come qualcosa di reale. Certo, l’autore sta parlando del precursore di Lolita, della ragazza-bambina venuta prima di lei, quindi probabilmente si riferisce al luogo in cui l’ha conosciuta. Ma con queste premesse io vedo regni sottomarini, regni emersi, mondi fantastici popolati di creature evanescenti. Tutto appare evanescente, perché è la dimensione del ricordo, e di un ricordo di eventi che sembrano avere bisogno di un alone soffuso, che renda le immagini sfocate, confuse.

La frase che conclude il secondo paragrafo è un tocco da maestro: “You can always count on a murderer for a fancy prose style”. In questo modo veniamo a sapere due cose: la prima, è che il narratore è un assassino (anche se non possiamo sapere di chi, ovviamente, né quali sono le circostanze del delitto), la seconda, è che intende dare una definizione del suo stile. Qua ho avuto qualche dubbio sulla resa del termine  fancy: una delle prime definizioni che si trovano sul vocabolario è “decorato”, ma mi sembrava poco attinente. Alla fine ho optato per “eccentrico”, perché può rendere l’idea del modo in cui scrive l’autore, ma anche funzionare da descrizione per il narratore stesso. Non nascondo di non essere del tutto soddisfatta di questa scelta.

Con la frase seguente, uno stacco. Il narratore si rivolge ora alle signore e ai signori della giuria: avevamo appena scoperto che era un assassino, ora sappiamo che probabilmente è sotto processo, e sta parlando alla giuria. Ma subito dopo la situazione perde ogni connotazione realistica. Il narratore invita ad osservare qualcosa che viene invidiato dai serafini (definiti come misinformed, che può essere tradotto come “disinformati”, anche se io ho preferito “male informati”, e noble-wingled, costrutto del tutto originale che significa che questi esseri sono dotati di nobili ali: ma essi provano invidia, forse non sono tanto nobili quanto le loro ali): “look at thins tangle of thorns”. Dunque, solo leggendo queste poche parole sono andata in visibilio, perché il modo in cui viene modulato il suono è sublime. Quando poi sono andata a cercare il significato delle parole, la mia gioia è cresciuta, perché il narratore sta mostrando alla giuria un “intrico di spine”, secondo la mia traduzione. Trovo meraviglioso l’accostamento della figura di suono ad un’immagine così insolita, che si mostra violenta, complicata: è un qualcosa che si è formato nel tempo, con fatica e sofferenza, e che è ancora in grado di provocare dolore (non ho potuto fare a meno di vedere le spine ferire le dita, il sangue uscire). è la storia della vita del narratore, che esso si appresta a raccontare nel secondo capitolo (di cui parlerò nel mio prossimo post).

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One thought on “L’incipit di “Lolita” (parte 1 )

  1. Tradurre un testo, a volte, è come assumersi una responsabilità angosciante: si vorrebbe ad ogni parola mettere una nota a piè di pagina per dire “Hei lettore, in lingua originale è così! E non ci sarà mai niente di meglio”. Da un lato la volontà di prendere il testo e regalarlo a chi, senza traduzione, non potrebbe leggerlo, la volontà di consegnare intatta la passione ed il brivido della frase perfetta, perché l’opera ci è piaciuta così tanto che ci sembra un peccato incredibilmente egoista tenerla relegata in un confine linguistico. Dall”altro, ad ogni passo è un tradimento, e anche se la traduzione di per sé sarà più che soddisfacente, ci si sentirà sempre un po’ truffatori nei confronti di chi non può affrontare l’originale (e ritorna l’ossessione per le note a piè di pagina, che leniscono un po’ i rimorsi di coscienza). Bisogna amare molto poco se stessi, tanto la letteratura ed infinitamente il lettore per essere dei bravi traduttori.

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