Riflessioni

L’incipit di “Lolita” (parte 2)

Dopo un primo capitolo introduttivo, Nabokov continua il suo romanzo cominciando a raccontare delle sue origini: descrive genitori e nonni, una zia, luoghi e tempi lontani. È soprattutto in questa parte dell’incipit di Lolita che si comincia davvero ad apprezzare lo stile dell’autore. Leggendo i due paragrafi che mi erano rimasti da tradurre, infatti, ho da subito notato l’eleganza dei parallelismi (frasi con la medesima struttura una di seguito all’altra, ma mai ripetitive, avverbi e aggettivi che tornano più volte formando collegamenti, sia strutturali che semantici), l’amore per un tipo di frase sintetica e incisiva, che permette al narratore di spiazzare il lettore riga dopo riga, la grande capacità di coniare immagini sensazionali e insolite, difficili da dimenticare.
Una di esse è senza dubbio questa: “[…] save for a pocket of warmth in the darkest past, nothing of her subsists within the hollows and dells of memory”. Il narratore sta parlando della madre, morta in uno strano incidente quando lui aveva solo tre anni. Partiamo dalla fine. Stupendo il modo in cui ci descrive la memoria: essa si costituisce di avvallamenti e vallate (così ho tradotto i due termini quasi sinonimi hollows e dells), cosicché io me la sono immaginata simile ai quei paesaggi irlandesi o inglesi, quelle distese infinite di verde che si srotolano collina su collina e che sembrano infinite. Questa è la memoria secondo Nabokov, o almeno la mia interpretazione di ciò che l’autore ci sta raccontando. Ma che cos’è che sopravvive all’interno di questo meraviglioso paesaggio che è la memoria? “Una tasca di calore”, ho tradotto. Influenzata anche dall’aggettivo che l’autore associa a warmth poco più avanti nel testo, furry, che significa peloso, la mia mente ha visto, leggendo questa frase, la mamma canguro che tiene il suo piccolino nel marsupio naturale del suo corpo, nutrendolo e proteggendolo. Che sia azzardato o no, questo è ciò che ho visto, e non riesco a togliermelo dalla testa. Secondo la mia interpretazione, il narratore associa questo tipo di calore al ricordo della madre, il calore di una mamma protettiva e dolce, capace di difenderlo dal mondo esterno. Probabilmente il fatto che questo tipo di figura gli sia venuta a mancare quando era solo un bambino è significativo per l’evoluzione del personaggio, ma rischio di divagare troppo.
Poco dopo quest’immagine, l’autore ammicca di nuovo al lettore, come aveva fatto nel primo capitolo (ricordate l’eccentrico stile da assassino?). Questa volta ci viene rivelato che chi scrive lo fa sotto osservazione, e che il lettore dovrà avere pazienza, perché è questa condizione che detta lo stile. Come a dire, se non mi stessero guardando, scriverei in tutt’altro modo.
Ma la vera opera d’arte è l’immagine che chiude il primo paragrafo: ciò che vediamo è un profumo, un cespuglio forse in fiore forse attraversato da un escursionista, una collina, un crepuscolo, dei moscerini dorati. Una pazzia. Un momento di sospensione estatica. Un qualcosa di difficilmente interpretabile, ma secondo me molto soggettivo. Io ho visto, in questo paesaggio quasi fantastico, un mondo che si muove al rallentatore. L’autore si sta rivolgendo alla giuria, e dice, parafrasando: sicuramente tutti voi conoscete la sensazione di un giorno sospeso, del sole che esita a tramontare, di un crepuscolo che vuole essere eterno. Ecco, questo è il tramonto avvenuto sulla mia infanzia. Quello che mi rimane è la sensazione di quel “calore peloso” e dei “moscerini dorati”, dei piccoli frammenti di ricordi illuminati da quell’ultima luce solare. Leggo e rileggo questo passaggio senza mai stancarmi, e non ce la faccio a lanciarmi in accademici e smisurati giudizi accademici, lo voglio dire semplicemente (perché ce n’è anche bisogno, ogni tanto): è bellissimo.
Dopodiché, il narratore parla di sua zia: innamorata di suo padre, si ritrova a essere la loro (una specie di) governante. Ne parla con affetto e, raccontando di lei, prova al mondo intero che la concisione, talvolta, è la scelta perfetta: “She wrote poetry. She was poetically superstitious. She said she knew she would die after my sixteenth birthday, and did.” In questi momenti mi ricordo perché amo così tanto l’inglese: queste poche parole mi hanno colpito come un pugno allo stomaco, tanto da lasciarmi attonita di fronte alla bellezza, all’efficacia e all’eleganza della scrittura di Nabokov.

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