Letteratura

Det är synd om människorna

Lo ammetto, ho messo il titolo in svedese perché speravo fosse d’effetto. Ovviamente non conosco lo svedese, anche se non mi dispiacerebbe studiarlo. Mi sono imbattuta in questa frase studiando per un esame di storia del teatro, in particolare teatro dei paesi scandinavi.

La frase in questione appartiene all’opera di August Strindberg, Un sogno, composta nel 1901, che sto studiando nell’edizione tradotta e introdotta dal mio professore, Franco Perrelli (Edizioni di Pagina, 2008). Nel testo viene tradotta con “Che peccato gli uomini!” e ricorre più volte, identificandosi come uno dei fondamentali leitmotiv dell’opera. Tuttavia, la traduzione non rende pienamente il significato originale (come, ahimè, accade spesso), perché il termine synd significa sia colpa che pena. Il senso, quindi, è più o meno questo: gli uomini fanno pena perché sono colpevoli, e con colpevolezza si intende quella derivante dal peccato originale (che nel testo non viene spiegato in un’ottica cristiana, quanto piuttosto derivante dalle religioni e filosofie orientali). Non una visione prettamente ottimistica, insomma.

Del resto, ben poco di ottimistico è presente in questo testo teatrale, che narra della discesa sulla Terra della figlia del dio Indra, la quale desidera conoscere il mondo degli uomini e imparare che cosa vuol dire vivere come loro. Un sogno non è un testo tradizionale; esso è stato definito, infatti, come archetipo del teatro dell’assurdo (esempio più famoso: Aspettando Godot), poiché in esso prevalgono elementi onirici, metamorfosi e, secondo quanto afferma Strindberg stesso, tempo e spazio non esistono. Ora, non voglio annoiarvi con commenti tecnici e formalismi (che spesso annoiano me per prima). Desidero, al contrario, riportare due degli episodi che mi hanno più colpito e le impressioni che mi hanno suscitato.

Per farvi capire quanto sia vera l’affermazione che in questo testo spazio e tempo non esistono, vi racconterò dell’Ufficiale che aspetta la sua amata, Victoria. Egli è in scena con un mazzo di rose in mano, cammina avanti e indietro vicino al teatro dove lei lavora, chiede agli altri personaggi dove sia la sua innamorata, se stia per arrivare. Questi gli dicono di aspettare, perché Victoria sta arrivando. Persino una voce fuori campo, dall’alto, la voce della ragazza stessa, dice: “Sono qui!”. Eppure Victoria non arriva mai, e l’Ufficiale continua ad aspettarla. Racconta alla figlia di Indra:

Per sette anni ho passeggiato qui, l’ho aspettata… a mezzogiorno quando il sole arrivava ai camini e di sera quando le tenebre della notte cominciavano a calare… Guarda qua l’asfalto, si possono vedere le tracce dell’amante fedele! Hurrà! Lei è mia! (Canta.) Victoria! (Non ottiene risposta alcuna.) Be’, si starà vestendo adesso!

Questo passaggio è nello stesso tempo terribilmente romantico e terribilmente surreale. Esso mostra l’immortale speranza dell’Ufficiale, la certezza che Victoria arriverà, che finalmente diventerà sua moglie. In un’altra scena vediamo l’Ufficiale invecchiato, con le rose prive di quasi tutti i petali, che continua a camminare aspettando la ragazza. Passeggia, passeggia, fino a rientrare in scena con i capelli grigi, i vestiti sgualciti, gli steli delle rose ormai spogli. È un’attesa che non ha mai fine. Fin dalla prima lettura, la storia dell’Ufficiale e della sua Victoria mi ha molto colpito. È la storia di un uomo la cui speranza non muore mai, un uomo che non si stanca di aspettare e che possiede una fede cieca nella sua risoluzione di sposare la ragazza che ama. L’immagine di questo personaggio che cammina e cammina e cammina, prigioniero di un’attesa interminabile, è molto triste, ma anche straordinaria se si pensa al modo irreale in cui Strindberg dilata la dimensione temporale. È uno degli elementi che mi ha fatto amare di più quest’opera.

Ma la mia parte preferita è quella finale, nella quale la Figlia di reca insieme al Poeta nella Grotta di Fingal per fargli ascoltare il lamento degli uomini. Qui si tirano in qualche modo le fila dell’intera opera, riprendendo i motivi più importanti e dando la risposta definitiva alla domanda: come vivono gli uomini sulla terra? La Figlia sta per tornare fra gli dei, e così saluta il Poeta e il mondo intero:

Il nostro commiato incombe e la Fine s’avvicina;
Addio a te figlio dell’uomo, tu sognatore,
Tu Poeta che meglio la vita comprendi;
Sulle ali volando sopra la terra,
Tu talvolta sul terriccio precipiti
Per sfiorarlo, non per restarci!

Gli elementi fondamentali di questo passaggio sono due: per prima cosa, l’identificazione della figura del poeta con quella del sognatore, già segnalata in scene precedenti, di modo che l’arte di fare poesia sia assimilata al sognare; in secondo luogo, l’assegnazione al poeta – sognatore del compito fondamentale di comprensione del mondo terreno. Esso infatti è in grado di elevarsi sopra di esso e di tornarvi per osservare, ma solo per poco tempo, poiché il suo posto è al di sopra del terreno, tra i sogni, vicino agli dei (della natura divina della poesia non posso parlare qui, sono stati scritti libri interi). Sono parole che commuovono chi, come me, ama la poesia e in generale la letteratura. E riportano tutto a quella evanescente dimensione di sogno che pervade tutto il testo, e che ci fa ricordare quanto passeggera, e anche per questo importante in ogni suo dettaglio, sia la nostra esistenza terrena.

Annunci

One thought on “Det är synd om människorna

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...