Letteratura

Alcione e Ceíce, il trionfo dell’amore

C’è chi dice che di amore si parla troppo, e che ormai è diventato difficile dire qualcosa di nuovo. Esistono senza dubbio molti libri (e film) che sfruttano intrecci già ben collaudati, per cui fin dall’inizio si sa come andrà a finire la storia. Eppure, talvolta riesco ancora a trovare una bella storia d’amore, capace di emozionarmi davvero. Questa volta, per trovarne una, sono andata indietro di secoli, e ho ripreso in mano le Metamorfosi di Ovidio.

Nel libro XI si racconta la storia di Alcione e Ceíce, l’una figlia del dio dei venti Eolo, l’altro figlio di Lucifero, la stella del mattino, moglie e marito. I due si amano profondamente, con una passione che non conosce limiti. Quando Ceíce annuncia alla moglie che desidera imbarcarsi per andare a consultare un oracolo, la donna si dispera. Teme una sciagura, una tempesta: teme di non rivedere mai più il suo amato marito. Lo implora di compiere il viaggio via terra, o almeno di portarla con sé. Ceíce è però deciso a prendere la via del mare, e vieta ad Alcione di seguirlo, perché sarebbe troppo pericoloso. La bacia e parte. L’addio è straziante.

Dopo una partenza apparentemente tranquilla, il mare si scatena. Ceíce e i suo compagni sono travolti da una tempesta violentissima, descritta con incredibile maestria da Ovidio. Essi sono paragonati ai difensori di una città sotto assedio: cercano di resistere, ma è il mare a vincere. Quando Ceíce capisce che la morte è vicina, pensa ad Alcione, invoca il suo nome. Tutti i suoi pensieri sono rivolti a lei. Sa che non potrà fare ritorno, chiede agli dei che almeno il suo corpo sia restituito alla moglie.

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A casa, Alcione prega per lui. Giunone, stanca di ascoltare le invocazioni di una donna per il marito ormai morto, invia Iride in missione. Essa deve recarsi presso la dimora del dio Sonno, perché questo riveli ad Alcione la verità su suo marito. Il dio manda uno dei suoi mille figli, Morfeo, presso la donna. Esso si muta in Ceíce, ma nelle vesti di uomo annegato, con la pelle pallida, le labbra vivide, l’acqua che sgocciola dal suo corpo. Alcione lo vede e capisce, ed è solo in questo momento che ci rendiamo conto di quanto intimamente profonda fosse la relazione fra i due innamorati:

Alcione non è più, non è più! – gridò – È morta insieme al suo Ceíce. Smettetela con le parole di conforto. […] Perché ora pur essendo qui sono morta, pur essendo qui sono anch’io sbattuta dai flutti e pur non essendo sul mare il mare m’inghiotte.

Ora, facendo un salto temporale di secoli, questo tipo di reazione, e il tipo di rapporto personale che vi è sotteso, mi ha ricordato un’altra storia d’amore, diversissima, ma in cui i due protagonisti vivono il loro amore nello stesso modo: come identificazione, come sentimento che unisce due parti di una cosa sola. Sto parlando di Heathcliff e Catherine. Sto parlando, ovviamente, di Wuthering Heights, il famoso romanzo di Emily Brontë. Dovete sapere che questo è, da quando l’ho letto per la prima volta a diciassette anni, il mio romanzo preferito, quello in grado di scuotermi ogni volta che lo leggo. Ecco, se lo avete letto, avete capito di cosa sto parlando. Se non lo avete letto (fatelo!), basterà riportarvi una delle frasi più famose pronunciate da Catherine: “I am Heathcliff!”. Lei è Heathcliff. E non c’è nulla che si possa fare, il loro appartenersi è totale e imprescindibile. Nessuno, neanche la morte, è in grado di separarli. A me pare che, in qualche modo, le due storie possano essere accostate.

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Dopo la scoperta della morte del marito, Alcione va in spiaggia e vede il suo cadavere in mare. Si lancia per raggiungerlo, ma ormai già vola, perché si è trasformata in uccello. Con il becco ricopre di baci il volto di Ceíce, ed egli forse riesce a sentirli, perché solleva la testa e si trasforma anche lui, in martin pescatore. Dopodiché

il loro amore rimase e continuò a legarli a uno stesso destino, e il patto coniugale non si sciolse neppure ora che erano uccelli.

Si tratta dunque di una storia sì tragica, ma con un finale riconciliante. Un finale che canta il trionfo dell’amore a tutti i costi. E lo stesso trionfo c’è in Wuthering Heights, se pur più cupo, più triste e gotico. In ogni caso, come disse Virgilio, “omnia vincit amor”.

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