Letteratura

La paralisi di Eveline

Sedeva alla finestra guardando la sera prender possesso del viale. Teneva la testa appoggiata alle tendine e aveva nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca.

Forse a qualcuno di voi questo incipit risulterà familiare. Sono le prime righe di un racconto di James Joyce, Eveline, tratto da Gente di Dublino (nella traduzione di Attilio Brilli, Oscar Mondadori). Quando ho letto la famosa raccolta per la prima volta, questo è uno dei racconti che mi ha colpito di più, insieme all’ultimo, il capolavoro, intitolato I morti. L’immagine che dà l’avvio al racconto è sicuramente evocativa, e penso riassuma bene tutta l’atmosfera che verrà descritta in seguito.

Eveline è una giovane che ha deciso di fuggire da casa sua e dalla sua famiglia, abbandonando, anche se a malincuore, suo fratello, che è sempre via per lavoro, e il padre, anche se violento. Sua madre è morta anni prima, così come suo fratello maggiore, Ernest. La sua vita è tutta impegnata nella direzione della casa e nel prendersi cura dei due fratelli più piccoli. Ma ora le è permesso di sognare una vita migliore, una vita felice e rispettabile, insieme a Frank, che vuole portarla con sé a Buenos Aires e sposarla.

Doveva fuggire! Frank l’avrebbe portata in salvo. Le avrebbe dato la vita e forse anche l’amore. Lei voleva vivere davvero. Perché avrebbe dovuto essere infelice? Aveva diritto anche lei alla felicità.

Da notare che ciò che più sembra importare a Eveline è il rinnovamento, la vita che rinasce, un nuovo inizio. L’amore per Frank, e quello che da lui potrebbe ricevere, sarebbero soltanto un gradito corollario a un evento che già da solo sarebbe la vera rivoluzione nella vita della ragazza.

Ed Eveline quasi ci riesce, a fuggire, a ricostruire daccapo la sua esistenza. In stazione però, in procinto di partire insieme a Frank, si sente sommergere, la coglie una sensazione di terrore che è il culmine dell’indecisione che l’aveva accompagnata fino a quel momento. Così fugge, non verso la libertà, non verso la vita, ma per tornare indietro, a casa sua. Essa è imprigionata, bloccata nella sua vita. Il suo tentativo di cambiare la sua sorte non poteva che concludersi con un fallimento.

Personalmente, questo racconto mi ha trasmesso una malinconia infinita. La speranza di Eveline di fuggire è ciò che porta avanti il racconto fin dall’inizio, suscitando una sensazione di attaccamento emotivo da parte del lettore piuttosto incredibile, se si pensa oltretutto alla brevità del racconto. Per questo motivo, quando alla fine Eveline abbandona il fidanzato, senza mostrargli alcun segno di amore o comprensione, rimaniamo tanto stupiti quanto delusi. E vorremmo quasi urlarle, dai, vai, non lasciarti scappare questa occasione! Ma Eveline non può in nessun modo fuggire. Come il resto della gente di Dublino, è paralizzata. E la conclusione vorrei riportarla in inglese, per la sua concisa bellezza:

He rushed beyond the barrier and called to her to follow. He was shouted at to go on but he still called to her. She set her white face to him, passive, like a helpless animal. Her eyes gave him no sign of love or farewell or recognition.

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