Letteratura

La familiarità di un canto

Né più mai toccherò le sacre sponde

Bastano queste poche parole a farci provare un senso di familiarità: A Zacinto di Ugo Foscolo è sicuramente uno dei suoi sonetti più celebri, quello che ancora ricordiamo a memoria, dopo averlo studiato mille e mille volte quando eravamo piccoli. Devo ammettere che riuscire a recitare questa poesia, riascoltarne le parole che ho imparato a conoscere nel corso degli anni, mi procura sempre una calda sensazione di conforto, come se ritrovassi un vecchio amico.

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciulletto giacque;

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde

Col suo primo sorriso;

isola-Zante

Subito vengo investita da un’ondata di immagini: una spiaggia di sabbia bianca, un cielo e un mare azzurri. Mi sembra di sentire il vento caldo sulla pelle e il rumore delle onde che giungono a riva.  Ed ecco apparire Venere, botticelliana ovviamente, che avanza fino alla terra ferma e al tocco del suo piede spuntano fiori. Non posso ignorare gli echi della Venere lucreziana del De Rerum Natura.

te, dea, te fugiunt  venti, te nubila caeli

adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus

summittit flores, tibi rident aequora ponti

placatumque nitet diffuso lumine caelum.

te, o dea , fuggono i venti, fuggono le nuvole del cielo, la terra laboriosa fa spuntare  fiori soavi  sotto di te, le distese marine  ti sorridono ed il cielo placato splende  di luce diffusa .

Sembra un’esplosione di vitalità: la primavera è arrivata con Venere e tutto prende vita.

Il sonetto continua, sempre volto al passato mitico e alle origini dell’uomo.

Onde non tacque,

le tue limpide nubi e le tue fronde,

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Questa poesia è un ritorno alle origini: Omero è il padre della cultura occidentale, i suoi poemi sono le fonti di tutta la letteratura a venire. Per questo l’autore stesso non può non identificarsi con Ulisse, l’esule più noto, per esprimere la malinconia per la lontananza dalla sua terra natale. La differenza con l’eroe greco, tuttavia, è grande. Ce lo anticipa lo stesso Foscolo per ben due volte: nella doppia negazione iniziale – né più mai– e nell’espressione diverso esiglio. Il poeta non potrà fare ritorno a Zacinto. E i versi finali sono una triste conferma di questo destino.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Il sonetto si chiude con una circolarità impressionante: era partito con la nascita di un essere divino e si conclude con l’immagine della sua sepoltura. Sepoltura che, va sottolineato, è definita illacrimata, perché non riceverà le lacrime delle persone care, e si pone nettamente in antitesi con l’immagine acquatica delle onde del greco mar .

Con un’eleganza stilistica e una ricchezza visiva non comuni, Foscolo offre ai lettori uno struggente canto di amore per la sua terra. Un canto dolce amaro, che vede mescolate le lodi per la bellezza di un’isola dalle origini mitiche e il dolore di un figlio che di quest’isola ha solo ricordi d’infanzia.

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