Racconti

La Sirena

“Vai a chiedere una profezia alle Sirene” disse la mia amica.
“Gran bel consiglio di merda” risposi, col mio solito aplomb.
“Innanzitutto ti calmi. Poi magari ci pensi sul serio. Potrebbero aiutarti”.
“Ma se non sanno neanche loro quello che dicono. Dai, o sparano sentenze a caso o danno responsi così confusi che potrebbero voler dire tutto e niente. È uno spreco di tempo ed energie”.
“Un sacco di gente ci va. Forse non tutti trovano la risposta che cercano, ma solo perché la maggior parte della gente non vuole ascoltare quando viene rivelata loro la verità”.
“Cioè?” in realtà avevo capito perfettamente cosa intendesse, ma essendo parte di quella maggior parte, negavo l’evidenza.
“Lo so che hai capito. Come so che le Sirene ti diranno proprio ciò che non vuoi che ti dicano, ma che sai essere vero”.
“Mmm” ovviamente stavo considerando l’idea, ma non volevo ammetterlo. In effetti, la mia situazione era talmente critica che un tentativo potevo anche farlo. Ci pensai ancora qualche minuto, ma ormai sapevamo tutte e due che ci sarei andata.
“Magari posso fare un salto lì, vedere se hanno l’ispirazione” dissi, cercando di sembrare poco convinta.
“Magari. Se hai voglia eh”.
“Sei simpatica come un pugno in faccia oggi”.
“Ti voglio bene anch’io”.

E così, spinta dalla mia amica, decisi di andare a trovare le Sirene nel loro antro sottomarino, per sottoporgli… non avevo idea in realtà della domanda che avrei voluto fare loro, perché il problema era più del tipo “perché la mia vita fa schifo”. Di sicuro non potevo andare lì e dire quello. Sono tipi raffinati, le Sirene.
Percorsi la strada che da casa mia portava alla spiaggia in una sorta di trance, cercando di formulare una domanda che avesse sia del senso sia una forma degna del più pedante conoscitore di bon ton. Ebbi scarso successo in questa mia impresa, tanto che arrivai alla spiaggia senza aver concluso nulla.
Mi tolsi le scarpe e assaporai la sensazione della sabbia calda fra le dita. Per raggiungere il luogo dove era possibile consultare le Sirene, si doveva percorrere un bel tratto di costa, diciamo un venti minuti di camminata. Ma a me camminare piaceva, ancora di più se potevo farlo in rima al mare. Così entrai con i piedi in acqua e mi avviai. A forza di pensare alla questione da sottoporre alle maghe della truffa (tra me e me amavo chiamarle così), cominciai a vagare col pensiero, arrivando a toccare tutte le cose orrende che mi stavano succedendo in quel periodo. Non ero in grado di dare alcun valore a quelle belle, o comunque in qualche modo positive. Ma ero bravissima a ingigantire quelle brutte.
Sbuffando e autocommiserandomi, arrivai all’ammasso di rocce e scogli che nasconde l’entrata nella caverna; non c’era nessuno oltre a me. Mi avvicinai, individuai l’entrata e le scale e cominciai a scendere. Non ero mai stata in quel posto, ma ne avevo sentito raccontare spesso.
Percorsi una quantità indefinita di scalini stretti e scivolosi, male illuminati da poche torce che emanavano una luce fredda, quasi blu. Era una specie di lunga scala a chiocciola, che scendeva a un livello tale da rendere possibile l’accesso alle profondità marine. Quando arrivai in fondo, vidi una stanza circolare non molto grande, con le stesse gelide torce a illuminarla. Era stata ricavata secoli prima scavando nella roccia. Solo una parte della parete era diversa dal resto: era trasparente, così da permettere di guardare l’acqua del mare e le Sirene, nel momento in cui fossero apparse.
Appoggiai una mano sullo schermo, che era molto freddo. Il contatto della mia mano con quella superficie rocciosa provocò una piccola scintilla. Sentii l’aria intorno a me diventare più densa, le luci calare. Guardai attraverso lo schermo: un’imponente creatura si stava avvicinando.
Pareva emanare una fievole luce propria attraverso le acque di tenebra. Aveva lunghi capelli verde scurissimo, gli occhi neri, il sinuoso corpo metà donna e metà pesce di un freddo bianco azzurrino. Era bella in modo solenne, e aveva un’aria grave. Mi scrutò attentamente, senza pronunciare una parola, mettendomi in soggezione. Io ammutolii: tutti i miei buoni propositi di formulare una domanda decente erano svaniti nel nulla. Ci fissammo per un po’: lei seria e pensierosa, io spaventata e insicura. Alla fine, fu lei a parlare per prima:
“Vorresti chiedermi qualcosa, ma non ne hai bisogno” disse.
“Che cosa intendi?” chiesi, mentre tra di me pensavo che mi avrebbe detto qualcosa di assolutamente criptico e incomprensibile.
“Il tuo viso, i tuoi occhi, le tue labbra, le tue mani: tutto quello che ho bisogno di sapere è scolpito sul tuo corpo. Io ti vedo, e so”.
“Cosa vedi, dunque?”
“Tu sei spezzata”. Un verdetto così semplice, ma fu per me un colpo al cuore. Rimasi in silenzio, sconcertata, triste, consapevole che stavo ascoltando la verità che non avevo avuto il coraggio di scoprire da me. “Hai bisogno di qualcuno che ti aggiusti”, concluse.
“Non posso farlo da sola?” chiesi, dopo essermi un po’ ripresa.
“Non ne hai la forza. Non puoi averla”. Fu davvero poco rassicurante. Riflettei, guardandola, su quante cose avevo ora da chiederle: dove potevo trovare qualcuno che mi potesse aggiustare, quando sarebbe successo, sarebbe durato o sarebbe stato un sollievo passeggero? Nel momento in cui cominciai a parlare, tuttavia, per sottoporle tutte queste domande, lei si avvicinò allo schermo, così da accostare il suo viso al mio. La guardai negli occhi, vidi l’abisso. Vidi speranze affacciarsi nel mio futuro, ma vidi anche dolore e tristezza. Vidi il vortice del destino stringermi tra i suoi gorghi, vidi l’acqua sommergermi. Era vero, ero debole.
Capii che stavo piangendo, in silenzio. Lei lentamente si allontanò, e altrettanto lentamente scomparve. Non ero riuscita a chiederle nulla, non avevo ottenuto nulla, se non una profonda angoscia. Presa dallo sconforto, caddi in ginocchio sulla terra gelida, mi portai le mani al viso e continuai a piangere. In quel momento, una mano si posò sulla mia spalla.

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