Letteratura

Let’s Be Alone Together

Ci coglie a volte, come esseri umani, un senso di totale solitudine, che non riguarda l’avere o il non avere persone intorno a sé, ma qualcosa di più sensibilmente universale. Sono quei momenti in cui ci si sente minuscoli, incompresi, disperati. In cui ci si guarda intorno, cercando un’anima affine, un dolore che sappia contenere anche il nostro.

C’è chi prova questa sensazione raramente (o non l’ha mai provata), e chi ne è afflitto costantemente. E poi c’è chi è in grado di trasformare la sensazione di solitudine in parole, frasi, suoni, fino a comporre una poesia: sto parlando di Alone di Edgar Allan Poe (per il testo completo vi rimando qui).

Emerge, fin dalla prima riga, la volontà del poeta di sottolineare il suo sentirsi diverso da tutti quelli che lo circondano. Egli non si sente “altro” per semplici fatti esteriori, caratteriali o sociali. Lui sa di essere diverso perché sa che ciò che lo compone, la sua sostanza più intima, ontologica, proviene da un posto diverso. Cosicché sia il suo dolore che la sua gioia assumono un carattere specifico, personale. Sente di non poter condividere nulla di ciò che prova con il mondo circostante, sente che tutto è distante, tutto è difficile, discordante. Immaginate di ascoltare per giorni (per anni!) soltanto musica che non vi piace, musica che non capite e che vi infastidisce, fino a rendervi irrimediabilmente nervosi. Ciò che ho letto nella poesia di Poe è una sensazione assimilabile a questa.

Persino ciò che il poeta è stato in grado di amare, l’ha dovuto amare da solo. C’è un ansia di condivisione, in questa frase (“And all I loved, I loved alone”), una volontà repressa di vivere le proprie passioni in compagnia di un essere simile, una speranza frustrata dall’essere inevitabilmente unico dell’autore, anzi, dell’uomo prima che del poeta.

E alla fine, a cosa riconduce tutto ciò? A un demone, un demone che lo tormenta fin dall’infanzia, una presenza nefasta che lo costringe ad essere quello che è. Esso l’ha condannato ad un esistenza di solitudine e di incomprensione; scaturisce dalla natura, Poe lo vede in ogni cosa, sempre. Ormai lo conosce, sa che è il colpevole, ma non sa come (o non è in grado di) combatterlo.

Questa poesia del grande autore americano è molto semplice, di immediata comprensione. Tuttavia, ho voluto parlarne perché è uno degli esempi di come la poesia sia capace di dare voce a ciò che noi, come esseri umani, portiamo dentro, spesso senza sapere come dargli una forma. E nel momento in cui sentiamo quel groviglio in mezzo al petto, quando stiamo male senza sapere perché, allora una poesia ci capita sotto mano, e pensiamo: ecco, io mi sento esattamente così. È un momento di estasi! Paradossalmente, una poesia che si intitola Alone è stata in grado di farmi sentire meno sola. Quando l’ho letta, ho pensato: Edgar Allan Poe aveva un demone accanto, io ho Edgar Alla Poe.

E per sdrammatizzare un po’, vi propongo una canzone che mi è venuta in mente mentre cercavo un titolo per questo post. Enjoy!

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