Letteratura

Orfeo ed Euridice: riletture

Un bel giorno, un pastore decide di invaghirsi di una fanciulla, senza sapere che questa è già sposata, e innamorata. La fanciulla fugge, corre e, nella fretta, inciampa in un serpente, il cui morso fatale pone fine alla sua giovane vita. Il marito, disperato, viaggia fino nel mondo dei morti, invocando gli dei affinché gli restituiscano la sua amata. La regina dell’oltretomba, impietosita dal dolore dell’uomo, gli concede di riavere sua moglie, ma ad una condizione: non dovrà voltarsi a guardarla finché entrambi non avranno fatto ritorno nel mondo dei vivi. L’uomo, felice, promette, e parte insieme alla sposa. Durante il tragitto, tuttavia, per timore che ella possa scomparire, infrange la promessa. Guarda con occhi pieni d’amore la fanciulla, che scompare per una seconda volta dalla sua vita. Egli, che è un poeta, canta per giorni il suo dolore, finché delle donne offese dalla sua fedeltà alla moglie ormai morta non lo fanno a pezzi.

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Questa famosissima storia è quella di Orfeo ed Euridice, raccontata da Virgilio nelle Georgiche e da Ovidio nelle Metamorfosi. È una delle storie d’amore più tragiche e famose del mito e della letteratura, e ha avuto non poche riletture posteriori. Tuttavia, proprio perché si tratta di una storia così conosciuta, spesso la si dà per scontata, tralasciando i dettagli che la rendono, ai miei occhi, eternamente poetica e straziante.

Ciò che più mi colpisce, ogni volta che mi trovo a riaffrontare questo mito, è il dolore di Orfeo. Esso è indissolubilmente legato al suo essere un poeta in Virgilio:

[…] Egli, Orfeo,
cercando di consolare con la cava testuggine il suo amore disperato,
cantava a se stesso di te, dolce sposa, di te
sul lido deserto, di te all’alba, di te al tramonto.

L’insistenza sul pronome “te”, la struttura paratattica, l’evocazione di atmosfere dolci e poetiche: tutti questi elementi comunicano al lettore una disperazione struggente, un sentimento che lacera con dolcezza (ed è proprio questa antitesi a rendere perfetto questo passaggio) il giovane innamorato. Molto più lungo il discorso di Orfeo riportato direttamente nelle Metamorfosi, dove il poeta pone l’accento sull’indissolubilità dell’amore che lo lega a sua moglie, tanto che minaccia di darsi la morte. Ed è qua che i dettagli rendono la storia grandiosa: il lamento di Orfeo è così pieno di amore e angoscia che “si narra che allora per la prima volta s’inumidirono di lacrime le guance alle Furie, commosse dal canto”.

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Questo è anche uno dei momenti più belli nell’opera omonima di Gluck del 1762. Nel libretto di Ranieri de’ Calzabigi è riservato infatti un posto d’onore proprio al dolore di Orfeo, con il quale si apre l’opera. All’inizio del secondo atto, lo sposo disperato dialoga con il coro delle Furie, cercando di convincerle a lasciarlo passare. In modo più moderno rispetto alla tradizione classica, Orfeo spiega alle orrende creature che l’amore per Euridice lo consuma, e che lo lascerebbero passare se sapessero cosa significa soffrire per amore:

Mille pene, ombre moleste,
come voi sopporto anch’io;
ho con me l’inferno mio,
me lo sento in mezzo al cor.
[…]
Men tiranne, ah! voi sareste
al mio pianto, al mio lamento,
se provaste un sol momento
cosa sia languir d’amor.

È interessante notare che Orfeo, giungendo presso il regno dei morti, proclama di soffrire come se fosse già precipitato nell’inferno. In questo caso, quindi, non ha bisogno di minacciare di uccidersi, perché è come se fosse già morto.

Un dettaglio che mi ha particolarmente colpito nella versione ovidiana è l’incedere zoppicante di Euridice nel momento in cui si appresta a seguire Orfeo sulla via per tornare alla vita. Ella emerge dalla schiera delle ombre nuove camminando lentamente, perché la ferita mortale ancora la fa soffrire. Poche parole raccontano di questa piccolezza, nel testo, ma a mio parere risultano importanti, perché contribuiscono a rafforzare l’immagine della fanciulla come creatura ingiustamente trascinata tra i morti: essa ancora soffre, è ancora umana. Per diritto, appartiene alla schiera dei vivi.

Nel rilevare alcune differenze tra le versioni antiche e la rivisitazione di Gluck (a parte il lieto fine dell’opera), colpisce in quest’ultima il maggior spazio riservato al rapporto tra marito e moglie. Camminando per tornare in superficie, i due dialogano tra loro, ed è in particolare Euridice che insiste sul voler parlare con Orfeo. La fanciulla non capisce perché il marito non voglia né abbracciarla, né baciarla. Anzi, non vuole nemmeno guardarla! Allora, addolorata, lo rimprovera, e si rammarica fra sé e sé per essere destinata ad una vita infelice. Ed è per questo motivo che Orfeo si volta, inavvertitamente: per la disperazione di sentir dire dalla sua amata che proprio lui non la ama. Questo scambio di battute fra i due è particolarmente straziante, perché noi come pubblico capiamo Orfeo, e vorremmo dire ad Euridice: abbi pazienza, fidati di tuo marito! Oltre a regalarci una visione più dinamica del rapporto fra gli innamorati, dunque, questo dialogo coinvolge ancora di più il lettore/spettatore.

Potrei scrivere ancora molto sui piccoli dettagli che non smettono mai di affascinarmi riguardo a questa storia, ma mi sono accorta di essermi già dilungata molto. Vorrei allora concludere accennando ad una rivisitazione di questo mito forse meno conosciuta, ossia l’opera danzata dedicata ai due innamorati creata da Pina Bausch. La coreografa tedesca ha dato vita ad uno spettacolo straordinario unendo l’opera e la danza: in scena possiamo vedere i cantanti accostati ai ballerini, in una fusione di discipline capace di creare un’autentica opera d’arte. Vi lascio con un video dell’ouverture dell’opera danzata, che mostra quanto potente sia l’impatto di un mito ricreato attraverso la danza.

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