Letteratura

Leggere Rilke: un’esperienza sconvolgente

Ma perché essere qui è molto, e perché pare
che il tutto qui ha bisogno di noi, questo
svanire che strano ci accade. A noi,
i più svanenti. Una volta,
ciascuno, solo una volta. Una volta, e non più.
E noi anche una volta. Mai più. Ma questo
esser stato una volta, seppure solo una volta:
esser stato terreno, non sembra revocabile.

Rainer Maria Rilke, Elegine duinesi, Nona elegia, vv. 10 – 17.

Devo ammetterlo, mi sono avvicinata a Rilke da completa profana, nel senso che nella mia carriera di studentessa non ho mai (ahimè) studiato la letteratura tedesca, se non qualche vago accenno. Tuttavia, mi è capitato spesso di imbattermi nel nome di questo poeta di Praga durante i miei studi, in manuali e saggi, cosicché ho deciso di andare a informarmi. Dato che prediligo l’approccio diretto al testo, per imparare a conoscere questo autore sono andata in libreria e ho comprato le Elegie duinesi, una delle sue opere più famose. Senza dubbio, uno dei migliori acquisti della mia vita.

La poesia di Rilke è stata per me un vero e proprio pugno in faccia. Sono talmente affascinata, e sconvolta, che non sono in grado di trovare un’immagine più aggraziata. In Rilke ho trovato stampate in nero su bianco l’angoscia e la malinconia che mi assalgono nei miei periodi più bui. Ho trovato espresse le domande più pressanti dell’esistenza in un fluire di immagini assolutamente sensazionale.

La citazione che ho riportato all’inizio di questo post è solo un piccolo esempio, ma vi si possono leggere alcuni dei temi che ricorrono più spesso nelle Elegie. Il poeta constata l’eccezionalità del nostro essere al mondo, come se tutto quello che ci circonda avesse bisogno di noi (gli sembra che sia così, ma potrebbe anche non esserlo). Quello che ci accade, quello che ci caratterizza in quanto esseri umani, tuttavia, non è un divenire, come comunemente si dice. Noi non diventiamo, non siamo qualcosa che si trasforma, che cresce, che si muove in direzione del progresso. Noi svaniamo. La nostra non è esistenza, è una non-esistenza in gradi, un essere che tradisce se stesso nella trasparenza, nel non-essere. L’essere umano svanisce più del resto del mondo, dice il poeta (siamo “i più svanenti”). Perché? Forse proprio per la sua caratteristica capacità di riflettere sulle cose, che gli impediscono di vederle come esse sono. Come dice nell’ottava elegia:

[…] Ciò che fuori è,
noi lo sappiamo solamente dal volto
dell’animale; perché già l’infante
noi lo giriamo e lo forziamo a vedere
all’indietro costruzioni, non l’aperto,
così grave nel volto animale.

Rainer Maria Rilke, Elegine duinesi, Ottava elegia, vv. 5 – 9.

Fin dall’infanzia, non vediamo altro che “costruzioni”, ossia interpretazioni di ciò che ci circonda. Guardiamo al mondo attraverso dei filtri, e l’unico modo per scorgere la realtà è intuirla attraverso lo sguardo di un animale.

Tornando alla citazione iniziale, è evidente come l’autore insista sul fatto che il nostro essere al mondo è fortemente limitato. Soltanto una volta ci è concesso lo stare al mondo, concessione che va a rafforzare ulteriormente la concezione di esistenza come “svanire”, che diventa così ancora più effimera. Eppure non sembra possibile revocare il nostro accadere nel mondo. Ciò che siamo stati, il nostro svanire in qualche modo lascia un segno. E di questo Rilke ci dà conferma in altri punti delle Elegie, quando nota come l’eredità dei padri pesi e influisca sulla vita dei figli.

Vorrei fare ora tre considerazioni: la prima, è che potrei scrivere, penso, decine e decine di pagine con tutto quello che ho pensato mentre leggevo le Elegie, e che quindi sono sicura che ne parlerò ancora in questo blog; la seconda è che sento come un forte limite, nella lettura, il non conoscere la lingua tedesca (anche se, a istinto, mi fido della traduzione, perché nella prefazione i due traduttori dichiarano di essersi voluti mantenere fedelmente al testo originale, anche dove esso risultava poco comprensibile); il terzo, è che tutto quello che ho scritto è frutto della mia personalissima interpretazione, non mediata da alcun testo critico. Dubito che esistano interpretazioni sbagliate di un tipo di poesia così complessa, ma mi sento in dovere di dire che le mie riflessioni scaturiscono principalmente dalle mie emozioni e da conoscenze pregresse che purtroppo non includono poeti di lingua tedesca.

Detto questo, dato che ancora devo riprendermi dalla lettura di questo CAPOLAVORO, vi lascio con l’incipit della prima elegia, che mi astengo dal commentare perché mi ha lasciato letteralmente senza parole (e se avete letto il mio precedente post, capite bene che cosa intendo):

Chi se io gridassi mi udirebbe mai
dalle schiere degli angeli ed anche
se uno di loro al cuore
mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte
presenza. Perché il bello è solo
l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena,
e il bello lo ammiriamo così perché incurante
disdegna di distruggersi. Ogni angelo è tremendo.

Rainer Maria Rilke, Elegine duinesi, Prima elegia, vv. 1 – 8.

(Tutte le citazioni sono prese dall’edizione Feltrinelli delle Elegie; traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

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2 thoughts on “Leggere Rilke: un’esperienza sconvolgente

  1. Rilke è meraviglia in poesia e prosa. Ti consiglio di affrontarlo ancora e oltre quest’opera. Per esempio in Lettere a un giovane poeta o anche nei Quaderni di Malte Laurids Brigge. 🙂

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