Ritratti

Il paese dei Mezaràt

Se avete avuto la possibilità di leggere il mio pezzo sull’autobiografia di Norberto Bobbio (qui) o quello su Il Professore va al congresso (qui), saprete che il corso di Strutture e Processi della Narrazione si è rivelato una fonte di ispirazione. Torno, infatti a parlarvi di uno dei romanzi che erano da portare all’esame, ossia Il paese dei Mezaràt, l’ “autobiografia” di Dario Fo.

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Ho inserito tra virgolette il termine autobiografia e fra poco ne capirete il motivo. Credo sia necessario fare una piccola premessa: quando si parla di autobiografia (e mi scuso per la ripetizione), abbiamo in mente la narrazione veritiera in prima persona della vita dello scrittore. Nulla di più semplice. Ovviamente ai critici letterari questa definizione non può bastare e hanno scritto pagine su pagine, che hanno dimostrato quanto fosse superficiale la mia visione. Chi garantisce, infatti, che l’autore scriva tutta la verità sulla sua vita? È possibile, infatti, che censuri degli episodi, che ne modifichi altri o che la sua memoria gli giochi brutti scherzi. Allora, come suggerisce Philippe Lejeune, bisogna fare una sorta di patto autobiografico con l’autore: in poche parole, il lettore finge di credere a quanto viene narrato nel racconto autobiografico.

Nel caso di Dario Fo, questo patto viene messo davvero a dura prova. Partiamo dal titolo completo: Il paese dei Mezaràt. I miei primi sette anni (e qualcuno in più). Ci aspettiamo un racconto della sua infanzia, mentre a volte Fo salta nel tempo e quegli anni in più non sono solo quelli dell’adolescenza, ma quelli dell’età adulta. E poi c’è questo paese dei Mezaràt: è il paese della Valtravaglia, dove ha vissuto da bambino, e dove ha assistito ai racconti dei pescatori che si riunivano a raccontare storie incredibili e dai quali Fo afferma di aver appreso la mimica e l’arte teatrale. E fin qui tutto bene. Peccato che le ricerche moderne non abbiamo trovato nessuna prova dell’esistenza di questi incredibili fabulatori. Che Fo se lo sia inventato?

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In effetti, tutti gli episodi che vengono riportati hanno un che di magico, di incredibile. Ripercorriamo la sua infanzia tra il lago Maggiore e una Svizzera che ha i tetti di cioccolata, in un paese dove si mescolano episodi comici e drammatici, attraverso la cui narrazione scopriamo il personaggio di Dario Fo. Seguono gli anni della sua formazione all’Accademia di Brera e presso la casa del nonno Bristìn, emblema della saggezza contadina; e poi gli anni della guerra, gli stratagemmi per sopravvivere, ed episodi talmente incredibili da risultare impossibili.

Come in una galleria fotografica, veniamo messi di fronte ad una miriade di personaggi differenti e indimenticabili: l’astuto conte-ingegnere, la bellissima Nofret, lo strano professor Civolla, i pescatori della Valtravaglia,…Indimenticabili risultano i quadri dei genitori: la madre, dolce e forse con qualche potere divinatorio, e il padre, ferroviere coraggioso e modello per il figlio.

Dario Fo mi ha presa per mano e mi ha guidata nella sua memoria, in un viaggio unico e speciale: durante la lettura ho davvero avuto l’impressione che ci fosse lui accanto a me a narrarmi tutte quelle vicende che difficilmente dimenticherò, alcune per la loro comicità e altre per la commozione che hanno suscitato in me.

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Come dobbiamo comportarci, quindi, di fronte alla narrazione di Dario Fo? Che atteggiamento dobbiamo assumere?

Vorrei riassumervi un episodio  molto divertente della sua gioventù. Mentre frequentava l’Accademia di Brera, a Fo capitava spesso di esibirsi al Giamaica, un locale in cui si incontravano personaggi di grande valore, rappresentando storie o facendo satire sull’attualità o sui professori. Una volta lui e gli amici decisero di organizzare una grandissimo scherzo alla città di Milano: avrebbero finto che il grande Picasso visitasse il Giamaica. Con l’aiuto di Otello, il bidello che parlava un ottimo francese, misero a punto il piano. Tutto era pronto: la stampa era stata avvisata, la voce si era diffusa e il locale Giamaica era pieno come non mai e era stato organizzato anche uno spettacolo di clown per intrattenere. Entra Picasso.

Eccolo là: in mezzo al fumo dei botti appare la sagoma di Otello, sempre con il suo trench bianco.

Applausi.

“Ma è proprio lui!”

Otello sta per parlare: “Mes amis, je suis ravi d’être ici…”.

Uno dei clown pompieri si è appeso ad una grossa canna dell’acqua che si spezza. Disastro! Viene giù un getto da Apocalisse. Siamo tutti fradici.

Picasso urla: “Eh no, cazzo!”

Fuggifuggi generale…qualche imprecazione, ma molte risate. Una splendida signora inzuppata, come uscisse dalle onde dopo un naufragio, commenta divertita: “Una festa così me la ricorderò finché campo! Ma Picasso poi era proprio Picasso?”.

 Ecco, io penso che il lettore de Il paese dei Mezzaràt sia un po’ come la signora del racconto: un libro così ce lo ricorderemo sempre, per le emozioni differenti che ci ha regalato e per la vivacità, a volte folle, degli episodi raccontati. Era tutto vero?

Posso dire che la risposta non ha alcuna importanza.

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5 thoughts on “Il paese dei Mezaràt

  1. Sono dell’idea che un’autobiografia possa dire qualsiasi cosa: in ogni caso è sempre, se realmente scritta dall’autore, la rappresentazione di qualcosa che ha visto o sentito. Se mentre cammino sul marciapiede mi sento di star camminando su un ponticello di corta, forse nella mia autobiografia posso scrivere che per andare a fare la spesa camminavo su apparentemente esili ponticelli di corda, perché è quello che sentivo io.
    🙂

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