Riflessioni

Questo post è la prova che di domenica non si dovrebbe studiare

riprendere-studiare1Epistemologico, fenomenologico, metodologico. Standardizzazione, essenzializzazione, istituzionalizzazione. Posso andare avanti quanto volete. Ma sono veramente stufa.

Sono stufa di studiare su testi i cui autori pensano di essere più intelligenti se scrivono frasi di quarantasette righe. Non è così, mettetevi l’animo in pace. Non è riempendo il vostro saggio di termini lunghissimi e noiosissimi che farete un buon lavoro. E questo è ben presto dimostrabile: quando incontro frasi del genere, che devo spesso rileggere più volte (e non credo di essere proprio stupida, in fondo una laurea ce l’ho, leggo e studio tutti i giorni, qualcosa avrò imparato), faccio l’unica cosa che mi rende possibile ricordare il concetto espresso, ossia riscrivere quella frase. Che io la riscriva semplicemente cambiando l’ordine delle parole o separandola in due o tre frasi più semplici, oppure la trasformi in uno dei miei bellissimi schemini pieni di frecce e sottolineature, in ogni caso solo così capisco quello che ho letto e acquisto qualche speranza di ricordarmelo. Quindi il lavoro è doppio: leggere e riscrivere. Che senso ha?

Ora, il mio non è un inno alla frase soggetto verbo complemento. Non è che me la sto prendendo con le subordinate, con cui vado abbastanza d’accordo. La mia è una richiesta semplice: non sforzatevi di scrivere in modo difficile solo perché sapete di rivolgervi a un lettore specializzato (studente universitario, docente e così via). Se avete un’idea in testa, scrivetela. E basta. Senza trasformarla in una dichiarazione di quante parole difficili avete imparato nella vita. Perché davvero, tutto ciò è controproducente. In primo luogo, perché il tempo di studio si allunga invariabilmente. In secondo luogo, perché scrivendo così allontanate tutta quella fetta di pubblico a cui il vostro argomento potrebbe anche interessare, ma che se ne scosta terrorizzata (e la capisco) da una prosa astrusa e aggrovigliata. Mi è successo più volte di raccontare ciò che stavo studiando ai miei familiari, per esempio, che si sono dimostrati anche interessati. Ma vedendo da dove avevo preso tutte quelle belle idee, a volte hanno storto il naso, altre volte la mimica ha invece espresso un concetto più vicino a “oddio ma come fai a capire cosa c’è scritto?” (domanda a cui non saprei neanche dare una risposta, se non “lasciamo stare che è meglio”).

È ovvio che non si possono appiattire tutti i testi universitari, facendoli diventare comuni testi di divulgazione. Ma semplificare un po’ la sintassi, questo lo si potrebbe fare. E alleggerire anche il lessico, magari. A volte l’eccesso di parole in -zione mi fa provare la stessa sensazione di quando sali sulle montagne russe dopo aver mangiato un doppio hamburger con formaggio e cipolle. Non è una bella sensazione.

Io stessa, quando scrivo, cerco di essere il più possibile sintetica e chiara. Perché voglio che, quando la gente legge ciò che ho scritto, capisca. Non voglio che si metta lì a scomporre le mie frasi come fossero mattoncini del Lego. Voglio che il mio messaggio arrivi, che ciò che penso sia evidente, che le mie idee abbiano la stessa forma sulla carta (o sullo schermo) di quella che hanno nella mia testa. E qui allora sorge il dubbio. Non è che tutti ‘sti studiosi pensano come scrivono?

Questa mattina ho metodologicamente sollevato la concretizzazione della mia ideologizzazione del pensiero di tazza, ma mentre la mia corporeità tentava di dare un input fenomenologico all’azione ideologica, ma concretizzata, della gestualità dell’appoggiare, il mio Felis silvestris catus ha sensibilmente intralciato il mio percorso epistemologico causando un irreversibile dispiegamento verso le regioni inferiori della concretizzazione della mia idea di stanza dell’interezza della mia bevanda calda “ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, parte della famiglia botanica delle Rubiaceae, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie”. (a cui seguirebbe una nota a piè pagina di almeno sette righe, in questo caso vi dico solo che la definizione di caffè l’ho presa da Wikipedia)

Ma fatemi il piacere.

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12 thoughts on “Questo post è la prova che di domenica non si dovrebbe studiare

  1. Hai proprio ragione. Dovresti fotocopiare il tuo post e distribuirlo all’uscita dell’università. Magari non piacerà ai docenti, però sai quanti tuoi colleghi di studio verrebbero su The Lark and the Plunge?

    L’accademichese è un’altra delle forme di scrittura che andrebbe contrastata insieme al banchese, al burocratese, all’informatichese… Potresti organizzare un premio tipo Leibster basato su una votazione studentesca democratizzata per la valutazione della comprensione delle pubblicazioni accademicamente istituzionalizzate dell’insegnamento universitariamente ateneizzato.

    Oltre una certa soglia ogni termine del tuo passo citato può essere sostituito con un altro termine e funzionare ugualmente. Hai provato?

    “Questa mattina ho concretamente sollevato l’ideologizzazione della mia metodolocizzazione del pensiero di tazza…

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  2. Mi hai dato un’idea niente male, non si sa mai che io possa farlo. Di quello che pensano i professori mi importa poco ormai. Ho quasi finito, mi mancano pochi esami e sto facendo tutto come piace a me. Sto studiando a mio modo, e se per questo avrò voti più bassi, pazienza.
    Non ho provato, ma sono sicura che funzioni 😉 Grazie per questo commento, avevo proprio bisogno di un po’ di sostegno (sono in pausa esami, se non si fosse capito)!

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  3. Sottoscrivo, anche perché se mai dovessi imbattermi in qualcosa del genere, chiuderei subito per dedicarmi a una bella e vertiginosa pagina di Thomas Bernhard o David Foster Wallace, ai quali perdono subordinate, incisi, parentesi e quello che gli pare. 😀

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  4. Hai proprio ragione. Anch’io sono per la sintesi. Non a tutti i costi, ma appena è possibile. E, secondo me, la sintesi è adatta a un saggio proprio perché aiuta la comprensione di un concetto. Poi magari ci si può “dilungare” con qualche esempio, sempre con uno stile semplice. Lo scopo di un saggio dovrebbe essere quello di far capire o dimostrare, non di rendere più complicata la materia che tratta.

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  5. Spesso per rendere certi concetti è necessario complicare le cose, anche nella scrittura. Detto questo non provo alcuna simpatia per coloro che scrivono senza mai mettere un dannato punto.
    Quando scrivo di storia ho sempre in mente gli storici britannici: che sono esemplari per semplicità e chiarezza (e anche per autorevolezza).
    Purtroppo in Italia c’è una passione quasi morbosa per la Francia, i francesi e la loro malandata accademia. Molto fumo e poco arrosto, per dirla in soldoni.
    Ciao!

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