Recensioni

The Giver o il dono della conoscenza

Come quasi tutti gli amanti del fantasy, credo, negli ultimi anni mi sono avvicinata ai romanzi distopici, diventati quasi un must letterario. Dalla celebre saga di Hunger Games a quella di Divergent, passando per Maze Runner e forse la meno nota La stagione della falce, si snodano le vicende di giovani personaggi in lotta contro una società repressiva, manipolatrice e violenta. La tradizione che ha le sue origini nella narrativa Novecentesca di Orwell e Huxley ha riscoperto una sorta di revival specialmente tra i lettori più giovani: vuoi per l’età dei protagonisti, vuoi per lo stile più semplice o per una sensazione di insoddisfazione nei confronti della società contemporanea. Il mio problema è quello di ritrovare fin troppi punti comuni tra i vari romanzi: i protagonisti, la trama, la società descritta… per questo accolgo con piacere tutti quei tratti originali che differenziano le varie opere.

Qualche giorimage_bookno fa vagavo nel reparto ragazzi in biblioteca e su uno scaffale ho ritrovato un libro che avrei voluto leggere già da qualche anno, ma per un motivo o per un altro ne avevo sempre rimandato la lettura. Così finalmente lunedì mi sono decisa a prendere in prestito The Giver, un romanzo di Lois Lowry scritto nel 1993. Questo breve romanzo si inserisce perfettamente all’interno della narrativa distopica di cui vi parlavo prima, ma ha delle caratteristiche distintive davvero notevoli. Innanzitutto, è stato pubblicato almeno una decina di anni prima che uscissero le famose saghe da me citate e si rivolge esplicitamente ad un pubblico di giovanissimi: la dedica, infatti, è questa

A tutti i bambini

Perché è a loro che affidiamo il nostro futuro

Ben evidente è l’intento didascalico del racconto che vuole proporre una storia e un personaggio che possano essere un punto di riferimento. La vicenda di per sé è piuttosto semplice: in una Comunità in cui l’obiettivo principale è tutelare l’ordine, la sicurezza e il benessere dei suoi abitanti, Jonas si prepara ansiosamente alla cerimonia dei Dodici, con la quale verrà decretato il suo ruolo nella società. Con suo grande stupore gli anziani lo scelgono come nuovo Accoglitore di Memorie, ossia come colui che porterà su di sé i ricordi di epoche lontanissime, che però le altre persone non hanno più. Inizialmente spaventato, ma poi sempre più curioso, Jonas inizia il suo addestramento sotto la guida dell’Accoglitore in carica: le memorie che inizia a ricevere, tuttavia, iniziano fargli mettere in dubbio i fondamenti su cui si basa la società in cui vive. Infatti, in nome della pace e del benessere degli uomini, le Comunità hanno stabilito di adeguarsi al principio di Uniformità: stessi abiti, stessa istruzione, stesse case, stesso ciclo della vita e… stesso colore. So che sembra assurdo, ma nel romanzo questo è stato uno degli elementi che più mi ha sconvolta: quando Jonas parla al suo maestro di piccoli cambiamenti che ha visto prima in una mela e poi nei capelli di un’amica, cambiamenti che però non sa spiegare, il maestro gli risponde che sta iniziando a vedere i colori. Per me è stato incredibile: la genialità dell’autrice che ha saputo spingere all’inverosimile questo principio di Uniformità, non limitandolo allo stile di vita, ma allargandolo nelle menti delle persone che vedono ogni cosa nella medesima tonalità. Si iniziano a intravedere le crepe del mondo di Jonas, un mondo certamente sicuro, in cui dolore, morte e sofferenza sono sconosciuti a tutti fuorché all’Accoglitore, ma nello stesso tempo è un mondo privo di qualunque bellezza e sentimento.

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Vorrei riportarvi un passo a mio parere illuminante. Dopo aver ricevuto dall’Accoglitore una memoria che conteneva l’Amore, Jonas torna a casa con una domanda per i suoi genitori.

“Voi mi amate?” Seguì un momento di silenzio impacciato, poi a Papà sfuggì una risata. “Jonas. Proprio tu! Precisione di linguaggio, per piacere!”

“Che vuoi dire?” chiese Jonas. Tutto si era aspettato, fuorché una reazione divertita.

“Papà vuol dire che hai usato un termine troppo generico, così privo di significato da essere caduto in disuso” gli spiegò Mamma.

Jonas li fissò allibito. Privo di significato? Non aveva mai provato qualcosa che avesse più significato di quella memoria.

“E naturalmente la nostra Comunità non può funzionare correttamente, se non si usa un linguaggio preciso. Perciò puoi chiedere “Provate piacere a stare con me?” e la risposta è sì” proseguì sua Mamma.

“O” suggerì Papà “Siete fieri dei miei risultati? E di nuovo la risposta è sì”.

“Capisci perché non è appropriato usare il termine Amore?”

Jonas annuì. “Sì, grazie, lo capisco” rispose lentamente. Quella fu la prima volta che mentì ai genitori.

La scoperta dell’esistenza di un mondo Altrove, in cui c’è possibilità di scelta, scelta che comporta indubbiamente pericolo e a volte sofferenza, apre gli occhi a Jonas che rimane inorridito di fronte ai meccanismi di quella che era stata la sua vita. Jonas trova l’ammirevole coraggio di scegliere di ribellarsi ad una società non dittatoriale, che tutto sommato funziona nel tutelare i suoi abitanti; ma il ragazzo si ribella in nome di qualcosa di più importante: la Libertà. Libertà di scegliere, vivere, sbagliare, morire.

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Questo è l’insegnamento che l’autrice vuole trasmettere ai più giovani: i bambini sono il futuro e sta a loro scegliere come viverlo.

Forte di una tradizione che parte dalla Repubblica di Platone e arriva ai grandi romanzi del Novecento quali 1984, Brave New World e Il giovane Holden, The Giver diventa uno dei romanzi fondamentali per la formazione dei giovani lettori, perché li spinge ad interrogarsi sul mondo in cui vivono e soprattutto sul ruolo che essi ricoprono. L’importanza che viene attribuita al ricordo e alla necessità di conservare le memorie di ogni genere, anche quelle più strazianti, è un tema sempre attuale. La saggezza che deriva dalla conoscenza, la conoscenza che passa attraverso il dolore: tò pathei mathos, dicevano gli antichi Greci. Quando un insegnamento è universale sopravvive allo scorrere del tempo e arriva fino a noi, quasi come un regalo dal passato: e Jonas, infatti, chiama Donatore, Giver, il maestro che gli passa in dono le sue memorie.

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10 thoughts on “The Giver o il dono della conoscenza

  1. Io ho un problema con questo genere: non riesco ad avvicinarmici. Un conto è il fantasy classico che ho esplorato e di tanto in tanto esploro. Un conto è l’urban fantasy o il fantasy distopico cui preferisco la fantascienza distopica classica o con richiami al classico. Orwell, Huxley, Dick, Ellison…

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    1. è un approccio molto diverso, secondo me studiato apposta per i ragazzi giovani che si avvicinano a questo genere. Secondo me possono essere il primo passo da un genere se vogliamo più “commerciale” ai grandi classici come appunto Orwell o Huxley. se c’è curiosità e voglia di ampliare l’orizzonte di letture… o almeno, io la vedo così 🙂

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