Dalla carta allo schermo

The Great Gatsby: libro vs film

Finalmente ho visto The Great Gatsby. Ho aspettato di leggere il libro prima di guardare il film, per non lasciarmi influenzare. Mi rendo conto ora che sarebbe stato in ogni caso non semplice, non tanto per le differenze tra immaginazione e effettiva realizzazione su pellicola, quanto piuttosto per l’originalità delle atmosfere che solo Baz Luhrmann sa creare. È un regista che mi piace molto (ho letteralmente adorato Moulin Rouge!), quindi partivo già con grandi aspettative. E, devo dirvelo, per questa volta ho apprezzato il film molto più del libro. Ora non arrabbiatevi tutti quanti; anche io sono una di quelle che se la prende quando stravolgono i romanzi trasformandoli in film, ma lo faccio soprattutto quando i cambiamenti sono talmente invadenti da non giustificare il “tratto da”. Studiando molta letteratura e qualcosina di cinema all’università, mi sono resa conto che la trasformazione tanto criticata è un lavoro complicatissimo. Si tratta di passare da un linguaggio ad un altro, niente meno. È come tradurre da una lingua all’altra. Quindi penso semplicemente che, prima di criticare, bisognerebbe informarsi un pochino, oppure assumere un atteggiamento secondo me più corretto: guardare il film per quello che è, e non come qualcosa trasformato in qualcos’altro.

Fatto questo preambolo, mi sento di elencarvi i motivi per cui il film mi è piaciuto così tanto:

  1. sdasfasfaLeonardo Di Caprio: faccio parte della generazione Titanic, quindi non posso farci niente. Ma anche senza farne parte, non si può negare la bravura dell’attore (soprattutto se guardate come me il film in lingua originale). L’ho adorato in questa parte, ha saputo rendere alla perfezione il tormentoso contrasto tra la forte emotività del personaggio e la sua volontà di controllo. Fantastico.
  2. La colonna sonora: Young and Beautiful di Lana Del Rey mi fa piangere ogni volta, No Church in the Wild è una figata e sono persino riuscita a sopportare Florence (di solito non la tollero). Spettacolare.       
  3. I colori: come al solito il caro Baz ci regala paesaggi coloratissimi, potenti, magici e metamorfici. È un aspetto dei suoi film che apprezzo sempre molto. Dà quel non so che di particolare e riconoscibile.
  4. Il ritmo: equilibrato, con picchi e pause nei punti giusti. Mi è piaciuto soprattutto perché avevo trovato il libro piuttosto lento, a tratti noioso, con tutti gli avvenimenti concentrati nella parte finale del romanzo.

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Diciamo che questi sono gli elementi principali che mi hanno fatto amare questo film. Non ho parlato della storia perché, beh, quella è opera del nostro Francis, anche se l’ho capita davvero solo dopo averla vista trasformata in lungometraggio. Sarà che ho letto il libro in inglese, sarà che forse non ho fatto abbastanza attenzione ai dettagli, fatto sta che certe cose proprio mi erano sfuggite. In ogni caso i due tratti del protagonista che più mi hanno colpito sono la sua ossessione per il passato e la sua ability to care. Non so come tradurre questo verbo in italiano senza stravolgerlo, rende così bene in inglese. Si potrebbe dire: Gatsby ci tiene, Gatsby ha a cuore, a Gatsby importa o interessa: il senso è questo. Ma il verbo inglese racchiude ognuno di questi significati, e mi piace così.

D’altra parte, riguardo i due aspetti che ho citato, forse non brillo per originalità. In fondo sono due cose abbastanza evidenti. Eppure il modo in cui sono trattate e l’atmosfera che le circonda le rendono troppo importanti ai miei occhi. Jay Gatsby è capace di essere nello stesso tempo un simbolo di speranza e di cecità. Non è in grado di capire che you can’t repeat the past, ma è esattamente ciò che desidera fare. Ha vissuto tutta la sua vita inseguendo un (American) sogno, ma c’è qualcosa che gli impedisce di continuare il suo percorso: l’amore. Perché, fondamentalmente, Jay Gatsby è l’unico personaggio a cui davvero importa di ciò che accade a lui stesso e agli altri. He cares. Mentre la Jordan Baker di turno aspetta solo la prossima festa, il prossimo evento, il prossimo uomo, a lui importa delle persone. E questa è la sua seconda condanna, dopo l’ossessione per il passato. Ma sono proprio le sue condanne a fare di Gatsby un personaggio straordinario, che incarna tanto la corsa verso il successo quanto la paura e, forse, l’inevitabilità del fallimento. Non so se è successo per gli occhioni azzurri di Leo, ma sono rimasta molto affascinata da questo personaggio. Nonostante la sua sconfitta, ti mette addosso la voglia di fare, di sperare, di lavorare per ottenere ciò che vuoi, che sono poi gli elementi fondamentali dell’American Dream.

Alla fine, sono stati 142 minuti molto ben spesi. Bravo Francis, bravo Baz, ma soprattutto (devo dirlo) bravo Leo.

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11 thoughts on “The Great Gatsby: libro vs film

  1. Il film non l’ho visto perché pensavo non mi sarebbe piaciuto rispetto al libro (ben consapevole del discorso che fai del mutamento di mezzo e quindi di linguaggio, della necessità di traduzione.)…

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