Riflessioni

Platone, la fotografia e lo studio della letteratura

A volte anche dalle lezioni più noiose possono nascere riflessioni interessanti. È quello che mi è successo ieri mattina mentre lottavo contro la noia, il sonno e il freddo di Palazzo Barolo.

Interno di Palazzo Barolo a Torino: umile sede alternativa per le lezioni dopo la chiusura forzata di Palazzo Nuovo
Interno di Palazzo Barolo a Torino: umile sede alternativa per le lezioni dopo la chiusura forzata di Palazzo Nuovo

La discussione verteva intorno alla poesia: tra fine Settecento e inizio Ottocento, poeti e teorici della letteratura si chiesero se essa fosse più efficace attraverso una vicinanza più stretta alla realtà oppure all’idealità. E qui è saltato fuori il caro vecchio Platone, per il quale, senza ombra di dubbio, contava di più l’ideale, poiché tutto di noi è destinato a perire tranne ciò che viene prodotto dal nostro intelletto. La poesia, dunque, deve essere una poesia dell’ideale, un’estrapolazione della forma che comunichi l’universale.

Quel simpaticone di Platone.
Quel simpaticone di Platone.

Ora, a parte ricordarmi perché non studio filosofia, l’assunto di Platone mi ha messo un po’ in crisi. Me lo sono immaginato seduto in un salotto di un talk show a proclamare che ciò che resta di noi dopo la morte è solo il prodotto della nostra mente. Probabilmente sarebbe stato acclamato dagli intellettuali (e osannato dagli pseudo-intellettuali), ma qualcuno che rema contro ci sarebbe stato. Tipo me.

Ha senso dire una cosa del genere? Ha senso dire che, quando il corpo non c’è più, rimane di noi SOLO ciò che il nostro intelletto è stato in grado di produrre? Nell’era di Internet, di Facebook, di Instagram, degli smartphone con fotocamera accessibili praticamente a tutti, secondo me ha poco senso. Secondo me, banalmente, bisogna ricordarsi che, all’epoca di Platone, la fotografia non era ancora stata inventata. Certo, esistevano sculture e affreschi, ma converrete con me che non è esattamente la stessa cosa. Così come è ovvio che una fotografia non è la stessa cosa di avere una persona in carne ed ossa. Tuttavia, questa affannosa ricerca dell’ideale a tutti i costi mi sembra poco produttiva. Essa era sostenuta, sempre nel periodo di cui parlavo prima, dai cosiddetti classicisti, che si scagliavano contro le nuove forme di letteratura (soprattutto il romanzo) in affermazione in quegli anni, schierandosi contro l’affannosa ricerca del dettaglio, l’analisi del particolare, il realismo. Piano piano si arrenderanno all’avvento della modernità, infatti oggi si può dire che il romanzo è la forma di letteratura più letta. Ma ciò che ha detto Platone resta, e non smette di farmi riflettere.

Probabilmente, questo mio parziale anti-platonismo o anti-classicismo deriva anche dal fatto che ciò che ha prodotto l’evoluzione del romanzo e della letteratura in genere (penso in primo luogo alla genialità di ciò che hanno fatto i post-modernisti in Inghilterra, penso a Virginia Woolf per esempio) mi piace molto.

Lei sì che era un genio.
Lei sì che era un genio.

Nel senso che, per quanto mai sarò in grado di apprezzare la letteratura latina e greca, per quanto mi possa impegnare a studiare la letteratura italiana e straniera precedente alla rivoluzione del Romanticismo, tutto ciò che esso ha prodotto, e tutto ciò che verrà dopo, continuerà a piacermi di più. E non uso il verbo piacere a caso: non voglio dare, in questa sede, alcun giudizio critico, non voglio parlare accademichese. Voglio solo affermare il mio diritto di dire che esistono parti della letteratura ormai inserite nel canone che sono così superate da risultare noiose anche per gli specialisti. Ma mai nessuno sembra avere il coraggio di dirlo. È un classico, quindi va studiato. Vero, ma con cognizione di causa. Con delle selezioni, talvolta.

Classicisti, ora non ve la prendete con me. Io ho fatto il liceo classico, e sono una di quelle che difende lo studio delle lingue cosiddette “morte”. Non sto dicendo che non bisogna più studiare la letteratura antica, o quella italiana del Seicento. Anzi, bisogna studiarla, ma bisogna cambiare il metodo. Bisogna avere un approccio critico, bisogna saper mettere in dubbio ciò che si ha davanti agli occhi, e non studiare un determinato autore solo perché SI DEVE.

Direi che ho decisamente divagato. Ma, per una volta, ho voluto darvi un assaggio di alcune questioni che mi stanno molto a cuore. Non mi dispiacerebbe affatto sapere che cosa ne pensate voi.

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