Recensioni

“La croce buddista” di Junichiro Tanizaki

826724Mi è sempre piaciuto curiosare tra le bancarelle di libri usati, soprattutto perché nove volte su dieci ti capita di trovare vecchi libri fuori catalogo da decenni. Spesso si rivelano piccoli gioiellini, romanzi che ti fanno dire: “Ma come è possibile che nessuno lo conosca?”. Questo è più o meno quello che mi è capitato una settimana fa al mare. Davanti a casa, ogni anno, sistemano un piccolo mercatino di libri usati, che immancabilmente mi fa svuotare il portafogli. Fra i miei acquisti c’era anche La croce buddista di Junichiro Tanizaki, romanzo giapponese uscito all’inizio degli anni ’30 in madrepatria e nel 1982 in Italia. Ciò che mi ha incuriosito e mi ha spinto a comprarlo è la brevissima frase riportata sul retro del libro:

In un’atmosfera di torbida sensualità,

quattro personaggi legati

da un amore proibito soccombono

al piacere disperato della perversione.

Le storie di perversione mi hanno sempre affascinata, quindi l’ho comprato. Ho finito di leggerlo da poco, e mi ha lasciato addosso una certa perplessità, non perché non mi sia piaciuto, ma perché ho trovato in questo libro un tipo di scrittura a cui non sono abituata. Forse perché l’autore è così distante da me, sia temporalmente che geograficamente, forse perché le scelte stilistiche sono particolari, fatto sta che mi ha spiazzata.

Sonoko è una donna sposata che frequenta un corso di pittura presso un istituto8318845085542025b9ae9790d41396a3 femminile. Nella stessa scuola studia anche Mitsuko, una ragazza nubile più giovane di lei. Il caso sembra volere che queste due donne si avvicinino, tanto che fra le due nasce ben presto una relazione. All’inizio Sonoko cerca di tenere tutto nascosto a suo marito, ma ben presto smette di preoccuparsi di ciò che egli pensa, pensando che il loro altro non è che un matrimonio di interesse, privo di vero affetto. Quando all’interno di questo singolare triangolo viene a infilarsi anche Watanuki, il presunto promesso sposo di Mitsuko, Sonoko mette fine alla relazione. Ma la loro passione è troppo forte, il loro amore troppo importante, non possono stare lontane l’una dall’altra. In un susseguirsi di segreti svelati, patti stretti col sangue, sotterfugi, fughe e minacce di morte, la vicenda si sviluppa in modo sempre più intricato, fino ad arrivare al tragico epilogo anticipato all’inizio del romanzo.

Tutta la storia è scritta come se la stessa Sonoko la stesse raccontando ad alta voce al suo Maestro, uno scrittore, di cui non sappiamo nulla. In questo modo, la narrazione assume le tinte del ricordo vissuto. Ciò che mi ha stupito, a questo proposito, è lo stile estremamente formale del racconto. Soprattutto per quanto riguarda i dialoghi, le frasi sono ben composte, regolari, quasi da manuale. Mancano le incertezze del parlato, le frasi spezzate, le esitazioni, tutti quegli aspetti che donano a un dialogo scritto l’apparenza di un discorso fatto a voce. Questo modo di scrivere crea un’atmosfera rarefatta, quasi irreale, come se i personaggi fossero chiusi in una bolla. Il ritmo è claustrofobico, e il fatto che i personaggi siano così pochi (sono quattro i protagonisti, soltanto poche volte appare la cameriera di Mitsuko, Ume), contribuisce ancora di più a creare questa sensazione di chiusura e soffocamento. Questo modo di scrivere è estremamente efficace perché il lettore si sente intrappolato dal romanzo così come Sonoko si sente intrappolata in questa perversa relazione amorosa.

Mitsuko è una donna dai tratti diabolici. Se all’inizio appare come una ragazza dolce e piena d’amore, man mano che la vicenda procede si rivela essere un’astuta manipolatrice. Egoista, altera e vanitosa, agisce con il solo scopo di essere costantemente ammirata. Non vuole essere amata, vuole essere adorata, vuole essere un oggetto di adorazione e devozione. Priva di scrupoli, farà qualsiasi cosa per ottenere ciò che desidera da Watanuki, da Sonoko e da suo marito.

8a243b8f88457b3344369c59229492cfSorprendente, dal mio punto di vista, è anche il continuo ricorso della minaccia di suicidio da parte delle due donne. Più volte si dicono: se non possiamo stare insieme, allora almeno moriamo insieme. Lo stesso dirà anche Watanuki a Mitsuko. Sembra che non possano esserci vie di mezzo, questa passione deve essere vissuta in tutta la sua intensità, l’unica alternativa possibile è la morte. Anche questo aspetto contribuisce ad appesantire l’atmosfera, rendendola ancora più tragica. Allo stesso modo, le scarse descrizioni dei luoghi portano il lettore a concentrarsi ancora di più sulle relazioni tra i personaggi, che sono le colonne portanti di questo romanzo. Più che sulle singole psicologie, infatti, l’accento è posto su ciò che provoca l’influenza dell’una sull’altra, il modo in cui ogni personaggio cambia nel momento in cui viene a contatto con l’altro.

Una volta superato lo scoglio di una scrittura a cui si è generalmente poco abituati, La croce buddista diventa decisamente interessante. Mentre scrivo, ancora mi interrogo su ciò che mi ha più colpita. È un romanzo che mi sento di consigliare a chi abbia voglia di esplorare un tipo di letteratura diversa da quella di cui si parla abitualmente, che sia però consapevole di trovarsi di fronte ad un lavoro frutto di una cultura completamente diversa da quella occidentale. Bisogna leggerlo con la mente aperta, senza pregiudizi morali, estetici, culturali. Una volta tenuto presente ciò, lo si può apprezzare come merita.

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