Recensioni

Norwegian Wood [parte I]

coverNorwegian Wood è un libro pieno di tristezza, ogni pagina è zuppa di malinconia. Eppure si tratta di una storia d’amore, anche se la definizione è riduttiva. Si tratta di più storie d’amore, di più amori diversi, di più tristezze che si accavallano fino a formare un grumo di emozioni compatto e pulsante, che ti si blocca da qualche parte mentre leggi. Perché non è un libro che fa piangere, è più come ricevere una carezza da parte di qualcuno che sta piangendo, e guardarlo negli occhi con la consapevolezza che sono proprio quelle lacrime a donargli tutta la sua bellezza.

Ho già letto altri romanzi di Murakami Haruki, tutti mi sono piaciuti e mi hanno colpito. Ma questo, beh questo mi ha lasciata intorpidita. Io amo alla follia il modo in cui scrive: le sue frasi sono lineari, oneste, precise. Non dice né più né meno del necessario: sembra che semplicemente le parole siano cadute sulla pagina e si siano sistemate da sole, fino ad arrivare a comporre la storia che doveva essere raccontata, e che non poteva essere raccontata in nessun’altro modo.

Non sto qui a raccontarvi la trama, perché la potete trovare ovunque. È scritto in prima persona e il narratore, Watanabe, è un ragazzo al primo anno di università. Ciò che colpisce del protagonista è la sua fondamentale apatia: vive nel suo mondo, e ci sono poche persone che riescono a scalfirne la superficie. Lui stesso non si rende pienamente conto di quanto il suo modo di vivere sia singolare, se non quando qualcun’altro glielo fa notare. Anche in quel momento, in ogni caso, si stupisce di come qualcosa riguardo se stesso possa interessare o stupire un’altra persona. Watanabe si considera normale, nella media; crede di essere un ragazzo come qualsiasi altro, senza nessuna particolarità. Invece, fin dall’inizio, al lettore è chiaro che si tratta di un personaggio fuori dal comune. E il fatto che ciò che vede chi legge sia in contraddizione con ciò che il romanzo racconta in prima persona rende la narrazione placidamente paradossale, e per questo ancora più avvincente.

Uno dei personaggi che ruotano intorno a Watanabe è Naoko, fidanzata del migliore amico morto suicida a diciassette anni. Fra i due nasce un rapporto di affetto che nessuno riesce a inquadrare bene, neanche il lettore. Quando Naoko va a vivere in una comunità, una specie di rehab per disturbi mentali, è costretta ad ammettere di fronte a Watanabe, in una lettera, di essere una persona imperfetta. Naoko è il personaggio più evanescente del romanzo: sembra priva di una volontà propria, come se vivesse solo per accontentare gli altri. Anche Watanabe è molto accondiscendente, ma Naoko lo è a tal punto da arrivare a smaterializzarsi, come se la sua unica preoccupazione fosse di far star bene chi la circonda.

Per ogni ferita che io possa averti causato, ne ho causata una uguale a me stessa. Perciò, ti prego, non odiarmi. Io sono una persona imperfetta. Molto più di quanto tu non immagini. E proprio per questo non devi odiarmi.

Le sue parole sono sempre una giustificazione, e provocano un senso di profonda pena e compassione in chi le legge. La potenza della scrittura semplice di Murakami è evidente in questa breve citazione.

Tanto Naoko è una ragazza spenta, misera e trasparente, quanto Midori è energia pura, una fiamma viva che appare inestinguibile. Watanabe la incontra all’università, e la sua spigliatezza lo colpisce subito. Midori è inopportuna, a volte volgare, brillante, spontanea e dotata di una forza d’animo davvero notevole. È il contrappeso di Naoko, è la vita contro la morte. È un personaggio che ti avvolge, ti attrae, ti conquista da subito. E fin dalla sua prima apparizione comincia a tirare Watanabe da un braccio, mentre all’altro sta ancora appesa mollemente Naoko. Fino alla fine del romanzo, Watanabe non capisce assolutamente nulla della situazione in cui si trova, non capisce fino a che punto è coinvolto sentimentalmente con l’una o con l’altra ragazza, non sa cosa fare, non pronuncia quasi mai la parola amore. E mentre tu sei lì a leggere e a voltare le pagine come se ne dipendesse la tua stessa esistenza, pregando che il protagonista compia la scelta giusta, lui vaga per il suo mondo in cerca di una risposta che non può trovare, se non buttandosi nel mondo reale una volta per tutte.

Il senso di profonda solitudine di Watanabe, e in modo diverso anche di Naoko, è ciò che mi ha fatto di più pensare. Perché l’ho sentito anche come mio, e la scrittura di Murakami me l’ha fatto abbracciare con malinconia, ma con una consapevolezza che ha tutte le potenzialità per trasformarsi in una nuova forza. Questo è uno dei libri che ha saputo parlare senza mezzi termini direttamente alla mia anima. È entrato nella lista nei miei libri preferiti quando ancora dovevo finirlo. È davvero un capolavoro, dal mio punto di vista. So che dovrò rileggerlo a breve, perché la sua dimensione profondamente intima e riflessiva necessita di più di una lettura per essere compresa completamente, soprattutto di una lettura non attenta alla trama come inevitabilmente è la prima.

Ne parlerò ancora, sicuramente. La seconda parte di questo post sarà sul film che ne è stato tratto. E poi chissà, magari uscirà qualcosa di completamente nuovo da una seconda rilettura. In ogni caso, consiglio questo romanzo davvero a tutti. Leggetelo!

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19 thoughts on “Norwegian Wood [parte I]

    1. Ti ringrazio! A me personalmente non fa proprio piangere, però mi provoca un tipo di commozione forse ancora più profonda. Quali hai letto? Ce n’è qualcuno che mi consigli? Io ho letto Dance dance dance, 1Q84 e L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio.

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  1. Sì, è bello; anche a me ha lasciato una sensazione di tristezza. Di Murakami ho letto diverse cose, forse il mio preferito è “Kafka sulla spiaggia”. Interessante anche “L’arte di correre” che lo scrittore paragona alla scrittura, un testo autobiografico.

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