Recensioni

In ogni caso, è sempre Borges

Mi ricordo ancora benissimo la mia reazione quando per la prima volta ho letto un racconto di Borges: si intitolava Tlön, Uqbar, Orbis Tertius e faceva parte della raccolta Finzioni. L’impatto è stato notevole, perché Borges non è un autore di facile lettura, tantomeno di immediata comprensione. Eppure, si tratta solo di superare l’ostacolo iniziale, dopodiché tutto inizia a combaciare alla perfezione, fino a che lo stile e la genialità dell’autore diventano una vera e propria rivelazione. Ho adorato quella raccolta, l’ho già riletta un paio di volte e non dubito che lo farò ancora (così come di questo incredibile autore ho già parlato due volte in questo blog, qui e qui).

1215d85cd6abcc3fdd774592cd7a7420_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyPer tutti questi motivi, quando ho visto in libreria Il libro di sabbia, raccolta di racconti scritti tra il 1971 e il 1975, l’ho comprato senza esitazioni. La voglia di imbattermi di nuovo nel genio era tanta, ma purtroppo è stata solo parzialmente soddisfatta. In effetti, quello del Libro di sabbia non è lo stesso Borges di Finzioni: saranno i trenta-quarant’anni che passano fra le due raccolte, ma non ho provato lo stesso stupore e non mi sono appassionata allo stesso modo né alle storie né allo stile. I temi caratterizzanti dell’autore ci sono tutti: la memoria in primis, l’identità, il fantastico, la letteratura, la finzione letteraria. Però è come se mancasse qualcosa.

Nonostante ciò, non sono mancati racconti che mi hanno particolarmente colpita. Di uno di questi avevo già parlato in uno dei post prima citati. Un altro è sicuramente Utopia di un uomo che è stanco, di cui mi sento di riportare una lunga citazione:

Tutto questo si leggeva per dimenticarlo, perché dopo poche ore altre banalità lo avrebbero cancellato. Di tutte le funzioni, quella del politico era senza dubbio la più pubblica. Un ambasciatore o un ministro era una sorta di invalido che bisognava trasportare a bordo di lunghi e rumorosi veicoli, circondato da motociclisti e granatieri e atteso con ansia da fotografi. Sembra che gli abbiano mozzato i piedi, diceva sempre mia madre. Le immagini e la carta stampata erano più reali delle cose. Solo quello che veniva pubblicato era vero. Esse est percipi (essere è essere ritratto) era il principio, il mezzo e il fine del nostro singolare concetto del mondo. Nel passato che è toccato a me, la gente era ingenua; credeva che una merce fosse buona perché così diceva e ripeteva il fabbricante. Anche i furti erano frequenti, benché nessuno ignorasse che il denaro non rende né più felici né più sereni.

Come ogni buon racconto o romanzo che si basi su un’utopia o una distopia, questo di Borges offre una spietata analisi del nostro presente, ma lo fa come se chi parla lo stesse facendo riferendosi al passato. Borges racconta di un uomo che, durante una camminata, si imbatte in un temporale e decide di cercare riparo presso l’unica casa che riesce a scorgere in quel momento. L’uomo che lo accoglie è molto alto e stranamente sembrava che lo stesse aspettando. Parlando con lui, il nostro protagonista si rende conto di aver fatto, non si sa come (e non lo si scoprirà, altrimenti non sarebbe Borges), un salto nel futuro. L’uomo gli spiega come è diventato il mondo, al che il protagonista gli risponde descrivendogli la sua versione, fino ad arrivare alle frasi che ho riportato sopra.

Nel racconto la figura del politico è crudelmente smontata con una sottile e pervasiva ironia, ma è l’analisi dei media, in particolare della carta stampata, ciò che più mi ha colpito. La popolazione viene descritta come una massa di creduloni, che crede a tutto ciò che vede scritto nero su bianco, solo perché presumibilmente proviene da una fonte che, non si sa bene perché (e a nessuno importa saperlo), è ritenuta attendibile. Quanto è lontana dalla realtà questa descrizione? Quasi niente? Ovviamente l’autore generalizza, perché il meccanismo del racconto breve richiede una certa economia (non avrebbe mai potuto dire: sono tutti così tranne una certa minoranza che la pensa diversamente). Ma il messaggio è forte e chiaro. Non ci si fida più della propria percezione, si affida ogni tipo di giudizio a qualche autorità costituita che siamo educati a considerare come più importante, più saggia, più informata, più in alto di noi. Se qualcosa non è scritto da qualche parte, allora non può essere vero. Personalmente, questa critica mi ricorda tutte le volte in cui, sia al liceo sia all’università, mi è stato chiesto di riportare l’opinione di qualcun altro su un romanzo o su un saggio che avevo da leggere: l’opinione di qualcuno che fosse ufficialmente riconosciuto più importante di me. Piano piano, affinando i miei studi, ho imparato quanto questo sia un metodo di insegnamento sbagliato, non perché bisogna buttare nel cestino tutte le opere di critica o tutti i manuali. Anzi, sono importantissimi, ma potrebbero essere ancora più utili se ci insegnassero a dire la nostra su quello che leggiamo, piuttosto che ripetere a pappagallo i pensieri di qualcun altro.

Ok, momento polemica terminato. In ogni caso, se siete amanti di Borges, provate a leggere questa raccolta, perché, per quanto sia lontana dalle sue prove migliori, è comunque sempre lui, e la sua presenza la si può percepire in ogni riga. Io non mi arrendo. Sul comodino ho L’Aleph che mi aspetta.

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6 thoughts on “In ogni caso, è sempre Borges

  1. Borges è meraviglioso!!! Di lui ho letto “Finzioni” (infatti mi ricordavo il titolo da te citato), “L’Aleph”, “Inquisizioni” ed “Altre inquisizioni” (ho letto per la prima volta questa raccolta all’universita per un’ esame). Nella mia wish list di Amazon ho molti testi suoi; quello che più mi ispira, allo stato attuale, è il “Manuale di zoologia fantastica”. Lo hai letto?
    Buona giornata! 🙂

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