Dalla carta allo schermo

La pazza della porta accanto: conversazione con Alda Merini

La pazza della porta accanto non è un documentario, anche se è la sezione su cui l’ho trovato scorrendo la home page di Netflix. Ma è finito lì per forza di cose, perché altrimenti avrebbero dovuto inventare una sezione apposta per questi straordinari cinquanta minuti di filmato su Alda Merini. Ciò che si vede sullo schermo è un’anima immensa messa a nudo nel modo più semplice possibile. Si ha l’impressione di essere davanti a qualcosa di eterno, immutabile e troppo grande per la nostra comprensione. Alda Merini stessa afferma che il limite dell’uomo è il non poter conoscere l’infinito, ma ciò che traspare dalle sue parole, la grandiosità del suo essere poeta è quanto di più vicino al non finito che si possa trovare nel nostro secolo.

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La prima cosa che salta all’occhio è il desiderio della poetessa di far capire a chi la sta ascoltando che lei si considera prima di tutto un essere umano come tutti gli altri. “Ho avuto delle storie molto belle perché sono una persona normale”, dice. E in tante cose lo è davvero: parla dei mariti, del fumo, della vita quotidiana, del disordine, della famiglia, dei figli. E sono storie d’amore e di dolore, sono storie umane, che appartengono al genere umano. Ma, ascoltandola, non ho pensato neanche un secondo la parola normale. Perché tutto quello che Alda Merini dice è poesia, anche la più piccola banalità. Il suo modo di spiegare le cose più complesse e dolorose è semplice, diretto, eccezionale. Sembra che le sue parole provengano da una dimensione parallela in cui ogni termine ha un significato inequivocabile. Alda Merini evoca le sue frasi, scandendole con l’immediatezza delle sentenze, ma senza dar mai loro né pesantezza né senso del dovere.

La sua reazione al mondo e alla vita è la poesia. Dice di aver scritto prevalentemente poesie d’amore perché sono quelle che più le si addicono, ma non nasconde di aver sofferto molto nella sua vita, soprattutto a causa del tempo trascorso dentro il manicomio. Durante quel periodo non poteva lavorare, perché il manicomio era assenza di vita, era una negazione che creava un “dolore senza nome, non motivato, che non ha lacrime perché non è umano, esterrefatto”.

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Parla del vizio e del peccato come due cose contrapposte. Il vizio è ripetizione, è portato dall’acredine, è noioso. Invece il peccato è sempre nuovo, è un motore, una ricerca, ed è inevitabile, è la più bella invenzione della vita: “io prego il signore di non essere mai virtuosa”. Alda Merini non ha filtri, e comunica la sua visione del mondo con una limpidezza che lascia senza fiato, perché anche i concetti più torbidi, anche i ricordi più nebulosi assumono contorni estremamente nitidi grazie alla perfezione e all’efficacia delle sue parole. Non esita a spiegare come qualsiasi essere umano sia in preda a pulsioni sessuali, di cui spesso la poesia è sublimazione. Parla dell’atto sessuale come qualcosa di brutto in sé, ma che diventa bello perché è la mente a renderlo tale, andando oltre le brutture insite nella finitezza del corpo umano, amando l’idea di unione dei corpi come supremo atto di amore e di piacere. Ed è un modo di parlare del sesso che non va sottovalutato, perché salverebbe, a mio parere, molti di coloro che si limitano a viverlo come atto meccanico. Ma, in fondo, è l’anima del poeta che è in grado di vederlo in questo modo. Quanti, nel 2015, sono capaci di vivere il sesso come qualcosa di spirituale, erratico, ultraterreno? Non potrebbe essere un’occasione per l’uomo per provare a superare il limite della sua finitezza?

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I poeti, secondo la Merini, sono inconoscibili, sono un baratro. E di fronte alle sue parole, mi sono sentita come davanti a un burrone, a conferma di ciò che stava dicendo. Per quanto si possa studiare, leggere, amare l’opera di un’anima così eccelsa, non la si potrà mai comprendere del tutto. Ma dove si ferma la nostra comprensione, arriva l’ispirazione. Quando ho smesso di cercare il significato recondito di ogni sua affermazione, quando ho cominciato a lasciarmi trascinare dalla sua visione del mondo, con i suoi pro e i suoi contro, con le sue contraddizioni e con le sue anche non condivisibili posizioni, ho iniziato a vedere me stessa con altri occhi. Sono stata investita dalla potenza di un essere umano che ha saputo vedere oltre la vita stessa, ho capito come se l’avessi visto con i miei stessi occhi cosa intendevano gli antichi quando dicevano che il poeta comunica con il divino. Questa è la forza di Alda Merini: farti vedere, con la semplicità più assoluta, il suo mondo e la sua poesia, e ispirarti a costruire il tuo modo di comunicare con quel qualcosa di inconoscibile che ogni anima sensibile non può fare a meno di inseguire per tutta la vita.

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