Racconti

Clelia e la porta chiusa

Clelia odiava quella porta chiusa. L’aveva sempre vista chiusa, e non aveva mai capito perché non potesse essere aperta. Non era mai riuscita a forzarla, semplicemente perché non ci aveva mai provato. Aveva paura, non di quello che avrebbe potuto trovare, ma di quello che sarebbe cambiato in lei una volta visto cosa quella porta nascondeva. In fondo, se è chiusa, ci deve essere un motivo, no? Se lo ripeteva spesso, perché non voleva ammettere di essere troppo spaventata persino per avvicinarsi a quella porta.

Ogni volta che ci passava davanti faceva di tutto per non guardarla, riuscendo solo a rendere ancora più evidente la sua presenza. A volte la faceva sospirare, a volte piangeva, a volte si arrabbiava così tanto da sbattere tutte le altre porte della casa. Tranne quella, perché non poteva essere aperta, tantomeno sbattuta. La maggior parte delle volte le capitava di pensarci quando si trovava in un’altra stanza. In quei momenti, assumeva un’aria malinconica tutta particolare, che parlava di sogni troppo grandi e ferite troppo profonde.

Clelia aveva anche paura che, aprendo quella porta, vecchie sensazioni tornassero a galla. Dopo tanto tempo, il passato non smetteva di ossessionare i suoi pensieri. Le succedeva più spesso quando era poco lucida, che fosse dopo aver bevuto troppo o anche solo quando si trovava nel dormiveglia. Era in quei momenti che si ricordava di come era stata, e non poteva che soffrirne. Aveva combattuto tanto, ma tutto tornava, e le tremavano le mani al pensiero di poter tornare indietro.

E se invece ci fosse qualcosa di prezioso dietro quella porta? No, impossibile.

Clelia conviveva con un’angoscia costante. Le sembrava di camminare con dei macigni appesi alla schiena. Anche quando si muoveva veloce, rapita in un vortice di impegni, sentiva la presenza di quella porta nei suoi pensieri. Tutto era torbido, intorno alla porta. L’aria sembrava così densa, le idee si facevano così fosche.

A volte si sentivano dei rumori. Clelia non era sicura di capire che rumori fossero; più spesso, pur intuendolo, lo negava a se stessa. Chi poteva mai esserci là dietro per fare rumori del genere? C’era davvero qualcuno?

Pensava di essere in grado di riconoscere i rumori fondamentali della vita: il rumore della nascita, quello del dolore e quello della felicità, quello della crescita, quello dell’amore. Di sicuro, conosceva il suono della morte: il silenzio. Ma quello dietro la porta, cosa poteva essere?

Un giorno il rumore cominciò a farsi sempre più forte, più pressante. Cominciò a rimbombarle nel petto. Le sembrava di avere una creatura viva dentro di sé, qualcosa di pulsante che cercava di uscire, ma Clelia sapeva che quel rumore proveniva da dietro la porta. Volle negare tutto. Fece finta di niente e continuò a lavorare. Anche con le cuffie, anche con la musica nelle orecchie, continuava a sentire quel rumore insopportabile: era tanto dietro la porta quando dentro la sua testa.

Clelia cominciò a passare dalla rabbia alla tristezza al dolore alla rassegnazione, tutto nel giro di pochi minuti. Non era neanche più sicura di quale sensazione stesse provando. Forse era un’emozione nuova, nata apposta per sopportare quel terribile rumore. Ma Clelia si stava scoraggiando sempre di più. Neanche per un momento pensò di chiedere aiuto: chi mai avrebbe potuto aiutarla? Clelia era sola.

Infuriata, corse verso la porta. Si fermò a un metro di distanza. Tremava per la paura, o forse per la rabbia. Lentamente, piangendo piano, sfiorò la porta con una mano. Sembrava una creatura viva! Ritrasse la mano. Si fermò per qualche minuto: immobile, scrutava la superficie della porta. Aveva l’aspetto di una qualsiasi comunissima porta. Nessun graffio, nessun segno. Clelia non sapeva cosa fare. Finché, improvvisamente, lo seppe. Con un calcio sfondò la porta, che nascondeva una stanza buia e nebbiosa. Con la stessa furia che le aveva fatto buttare giù la porta, Clelia si precipitò dentro la stanza, andando alla cieca, fidandosi del suo istinto.

La stanza era vuota. Non c’era niente dietro le sue paure, se non nebbia e oscurità. Aveva solo avuto bisogno di un po’ di coraggio per capirlo. Sfinita, Clelia si accorse di sentire ancora quel rumore. Le ci volle ancora un po’ di tempo per capire che non era che il battito del suo cuore, che cercava di dirle: Clelia, sei viva.

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