Recensioni

“La chimera” di Sebastiano Vassalli

41IfIJvjLgL._SX326_BO1,204,203,200_Ho iniziato a leggere La chimera di Sebastiano Vassalli dopo averne letto una recensione su WordPress (purtroppo non mi ricordo su quale blog). Due cose in particolare mi hanno spinto a leggerlo: prima di tutto, il fatto che non avessi mai letto nulla di questo importante autore italiano; in secondo luogo, l’argomento, ossia la storia di una ragazza condannata a morte per stregoneria, tema che mi affascina da sempre. La chimera si presenta come un romanzo storico, e lo è, ma mi ha stupito fin dalla prima pagina, e ora vi spiego il perché.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a storie spettacolari, sia nel contenuto, ma soprattutto nella forma. Un po’ influenzati dalle manie di grandezza degli Americani, la cui influenza a livello globale è innegabile anche sul piano culturale, in Europa, e in Italia, abbiamo cercato di creare storie piene di colpi di scena, di suspense, complicate, misteriose, intricate. Non che tutto ciò sia negativo, ma alla lunga ha appiattito un po’ anche le aspettative. I romanzi storici hanno cominciato ad assomigliarsi un po’ tra di loro, hanno perso freschezza. Penso per esempio a Marcello Simoni, che ha avuto molto successo, ma che personalmente mi ha deluso molto: l’ho trovato banale, un rimaneggiamento di storie già raccontate, scritto oltretutto in modo mediocre.

La chimera, al contrario, pur avendo compiuto venticinque anni, ha quella freschezza che molti hanno perso, o non hanno mai avuto. Ciò che ho trovato nel romanzo di Vassalli è un’assoluta fedeltà al fatto storico, scevra però di arzigogolate descrizioni e precisazioni. O meglio, le descrizioni ci sono, ma non sono mai noiose. I fatti storici sono presentati con perizia, con molti dettagli, nomi e date, ma non danno mai l’impressione di stare assistendo a una noiosa lezione di storia. La chimera non è un libro spettacolare, non è grandioso. Ma è scritto con una maestria e con una padronanza sia della lingua italiana sia delle tecniche narrative che lasciano sgomenti.

Ogni pagina ti dà l’impressione di essere di fronte a un lavoro immenso, e molto probabilmente è così: dietro ogni pagina si scorge la passione per il lavoro di ricostruzione storica, e l’affetto dell’autore per i personaggi descritti. In ogni riga si scorge la volontà dell’autore di portare alla luce una storia ingiustamente dimenticata, che merita di essere conosciuta dal grande pubblico. Nell’Appendice, Sebastiano Vassalli spiega perché ha scritto di Antonia e del Seicento: l’ha fatto perché, come Manzoni, ha creduto di poter trovare nel XVII secolo le origini dell’attuale carattere nazionale italiano.

È in quell’epoca che va cercata l’origine di molti nostri difetti (per esempio della nostra scarsa socialità compensata da una socievolezza spesso falsa, o della convinzione, comune a molti, che le leggi esistano soltanto per favorire i furbi; o, infine, dell’attesa di un “salvatore” che sistemi tutto e faccia funzionare tutto) e di molte caratteristiche negative della nostra società. Ed è lì che ha preso forma, in età moderna, il nostro carattere nazionale.

Grazie a questo romanzo si riescono a capire un po’ delle motivazioni per cui oggi siamo quello che siamo, e ci comportiamo come ci comportiamo. Ne La chimera si vedono i danni causati dall’ignoranza, dal seguire pedissequamente ciò le autorità affermano, senza farsi domande, dal lasciarsi trasportare dalla massa. L’attualità di un romanzo pubblicato nel 1990 e ambientato nel Seicento è straordinaria. Ecco cosa dice Vassalli delle persone accorse a Zardino per assistere al rogo della strega:

Non erano gente sanguinaria, né malvagia. Al contrario, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare quando ci sono le elezioni, e, se c’è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa; perché quel rito è antico come il mondo e durerà finché ci sarà il mondo.

strega1È evidente che Antonia diventa il capro espiatorio di una società che non sa darsi una spiegazione per ogni cosa che le accade: la ragazza viene incolpata della morte dei bambini, delle malattie, della siccità. Si inneggia alla sua morte perché torni a piovere, ma quando poi alla fine piove per davvero, nei giorni dopo il rogo, Vassalli ci tiene a sottolineare che era un fatto abbastanza normale che arrivasse un gran temporale ad annunciare l’inizio dell’autunno e che anche gli abitanti della bassa di Novara, dove è ambientata la storia, sebbene avessero creduto che la morte di Antonia avrebbe portato la pioggia, erano perfettamente consapevoli che, prima o poi, essa sarebbe arrivata comunque.

Vassalli rimane abbastanza distante dai suoi personaggi: non ci sono dialoghi, non ci sono momenti di introspezione particolari. Eppure, in qualche modo, il lettore ci si affeziona in ogni caso, e nonostante sappia fin dall’inizio come si concluderà la storia di Antonia, non smette per un attimo di sperare che un evento straordinario la salvi dal suo crudele destino: questo è un indizio importante a favore della bravura dell’autore!

La parte finale, in cui si racconta dell’incarcerazione di Antonia, del suo processo e infine della sua esecuzione, è particolarmente cruda, e lo diventa ancora di più grazie all’assenza di quella spettacolarità di cui parlavo prima. Sorprende vedere come, senza gli artifici cari a tanti altri autori. Vassalli riesce a rendere una scena indimenticabile proprio grazie al suo linguaggio piano, preciso, semplice ed estremamente efficace. Le scene dedicate alla tortura della ragazza, e al trattamento che le veniva riservato in carcere, fanno accapponare la pelle. Nello stesso tempo, fanno riflettere: come mai le donne accusate di stregoneria erano sempre molto giovani e, soprattutto, molto belle?

Il romanzo dà la risposta a questa domanda e a tante altre, sia sul Seicento, sia sulla società come è ora. È un romanzo storico, ma è senza tempo. È un capolavoro, e lo si più capire da queste frasi, che riportano il pensiero di Antonia nel momento in cui sta per essere bruciata sul rogo, ma che potrebbero essere pronunciate oggi da chiunque si trovi di fronte lo spettacolo insensato dell’irragionevolezza a cui può arrivare l’essere umano:

C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era, perché accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non so perché sto qui; loro gridano, e non sanno perché gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose, come il mal caduco scuoteva il povero Biagio quando lo coglieva per strada. Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e non vedere, un raccontarsi vane storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l’Inferno…

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