Recensioni

“Una luce quando è ancora notte” di Valentine Goby

Suzanne Langlois sta raccontando ad una classe la sua testimonianza di sopravvissuta nel campo di concentramento di Ravensbrück. Ma la domanda di una ragazzina: “Quando ha capito che stava andando a Ravensbrück?” fa tacere la donna. Perché al suo arrivo in Germania lei non conosceva la sua destinazione, non sapeva nulla del campo.

Le frasi che usa abitualmente sono, in realtà, impronunciabili. Non può dire camminiamo fino al campo di Ravensbrück , perché lei quel nome lo ignorava. Non può nemmeno dire ci mettono in quarantena, perché solo le prigioniere di lunga data conoscevano la funzione di quel Block. Non può dire alle 3.30 sento la sirena, perché lei non aveva più orologi. Impossibile poi dire c’era una Kinderzimmer, una camera dei neonati: lei non ne sapeva nulla prima di lasciare lì il suo bambino. Dentro sente crescere la tristezza, che è un lutto. Una storia conclusa non ha più inizi possibili. E anche se si conservano ricordi, immagini certe, la storia che si racconta è sempre quella di un altro.

5928469_322434Inizia così, un viaggio a ritroso nel passato e Suzanne torna ad essere Mila, la ventenne militante nella Resistenza francese, catturata nell’aprile del 1944 dai nazisti e mandata a Ravensbrück. Quando Mila giunge al campo è incinta di pochissimi mesi: presto capisce che se vuole sopravvivere non deve farsi scoprire. Non può fare progetti a lungo termine, perché nel campo la prima lezione che impara è che bisogna sopravvivere giorno per giorno. Sopportare il freddo e la fame, resistere in piedi durante l’appello, nonostante la stanchezza e le basse temperature, combattere contro le malattie, non attirare l’attenzione delle guardie. Sembra impossibile: in un posto dove l’umanità è scomparsa e le prigioniere non sono altro che un fragile cumulo di ossa e pelle è difficile trovare la forza necessaria per resistere. Anche Mila sta per perdere la speranza, finché un giorno il cane di una SS che stava per mordere Mila, viene distratto da un uccellino caduto a terra. Mila è salva. Mila decide di continuare a salvarsi. Giorno dopo giorno combatte per sé e per il bambino che le sta crescendo in grembo, sostenuta da Teresa, Georgette e le altre donne. Il bambino diventa la speranza cui si aggrappano le prigioniere: aiutare Mila significa non arrendersi. Eppure, è così difficile. Anche se iniziano a diffondersi le notizie dell’avanzata degli alleati, a Ravensbrück Hitler continuerà a vincere: vince ogni volta che una prigioniera muore sotto le percosse di una SS, vince ogni volta che un bambino della Kinderzimmer viene mandato all’obitorio, vince quando le donne malate vengono avvelenate e vince quando tornano le divise delle prigioniere che avevano scelto di essere trasferite, ma che sono state mandate nelle camere a gas.

Mila adesso combatte per qualcosa di nuovo: per non dimenticare. Lei e  le sue compagne iniziano a registrare i fatti della giornata, per ricordare tutto quanto. Ravensbrück non cancellerà la memoria di chi è passato al suo interno.

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Quello che ha fatto Mila nel campo, lo porta avanti Suzanne, ormai donna libera in terra francese. Ricordare, ripetere, testimoniare.

Generalmente tendevo ad evitare questo genere di libri. Non perché io fossi indifferente o non mi interessassi all’argomento: solo che l’angoscia che provo leggendo queste storie è tanta. Però è giusto sapere. Ho scelto di prendere in prestito in biblioteca Una luce quando è ancora notte per due motivi. Innanzitutto perché non avevo mai pensato che si potesse vivere la maternità in un campo di concentramento. Il secondo motivo è che la storia di Mila/Suzanne è ambientata a Ravensbrück, campo che io ho visitato circa sei anni fa, durante un viaggio organizzato dalla Regione Piemonte per i vincitori di un concorso di storia contemporanea. Quindi riuscivo ad immaginarmi i luoghi del racconto di Mila: la bellissima campagna e il lago che si trovavano vicino al campo.038917_57ba6420.jpg Ricordo  che quando scesi dal pullman, la prima cosa che pensai guardando il paesaggio fu: “Hanno costruito l’inferno al paradiso”. In un luogo idilliaco con tanto di lago, fiori e prati e alberi si ergeva il centro della sofferenza e della crudeltà. Un contrasto forte come un pugno nello stomaco. Ingiustificato e insensato.

Tante cose non avevano senso nel racconto di Mila: le guardie potevano picchiare le prigioniere fino ad ucciderle, ma mostravano la più grande tenerezza verso un uccellino caduto; potevano lasciar morire bambini di pochi mesi per dare il latte ai micetti appena nati. Di fronte a tutto ciò i “perché?” sono inutili. La trasformazione da essere umano a bestia non si può spiegare. Le SS diventavano mostri dentro, mentre le prigioniere mutavano completamente il loro aspetto esteriore, ma spesso conservavano un briciolo di umanità, che a volte emergeva dai piccoli gesti, piccoli miracoli in una realtà in cui non esistevano più le leggi, se non quella dell’autoconservazione.

Una luce quando è ancora notte è un racconto intenso, spesso brutale, che ti coinvolge e ti sconvolge profondamente, lasciandoti attonito e svuotato. Questo romanzo è la finestra su un mondo che va aperta: ci vuole coraggio, ma bisogna farlo. Lo stile è molto particolare: il discorso indiretto libero, il monologo interiore spazzano le barriere narrative, trascinando il lettore nella mente di Mila, avvicinandolo ai suoi dolorosi ricordi.

 

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