Riflessioni

My Beautiful Broken Brain

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Sarà capitato a tutti, almeno una volta, di farsi delle domande sulla realtà che ci circonda. Quello che io sto vedendo viene visto nello stesso modo dalle persone che mi circondano? La realtà oggettiva esiste al di là di quello che io percepisco? Esiste qualcosa di superiore, di altro, rispetto ai punti di vista dei singoli individui? In un modo o in un altro, si arriva spesso a interrogare se stessi riguardo a questo tipo di questioni, e molto spesso le domande si risolvono con un nulla di fatto.

Nel documentario Netflix intitolato My Beautiful Broken Brain, la domanda “la realtà è come la percepisco?” è onnipresente. Il documentario racconta di Lotje Sodderland, una donna inglese che a 34 anni viene colpita da un ictus, provocato da un’emorragia intracerebrale. Si sveglia una notte in preda a fortissimi mal di testa, e dopo ha solo ricordi confusi di ciò che le è successo. Ricorda di essere scesa in strada, di essere andata presso un vicino albergo per chiedere aiuto, ma di non essere riuscita a parlare. Dopo, il vuoto. Si risveglia in ospedale incapace di parlare, dopo una pericolosa operazione in neurochirurgia.

screen_shot_2016-02-05_at_10.16.30_am.pngLentamente recupera la facoltà di parlare, anche se all’inizio fa molta fatica a trovare le parole giuste per esprimere ciò che vuole. Con molta fatica impara anche di nuovo a scrivere, anche se, a un anno dall’ictus, ancora non riesce a leggere. Sembra paradossale, eppure i medici le spiegano che è possibile, perché l’emorragia ha danneggiato una parte del cervello dedicata alla vista, che le rende quindi molto difficile leggere, mentre per scrivere non ha bisogno della vista, scrive parlando.

È proprio quando Lotje cerca di spiegare il modo in cui l’ictus ha modificato la sua vista che inizia a riflettere sull’idea di percezione. Quando guarda a sinistra, infatti, tutto sembra normale. Ma nella parte destra del suo campo visivo succede qualcosa di molto strano: Lotje vede delle deformazioni, dei lampi di colore. Vede le cose diversamente da come le vedeva prima. Qualche mese dopo l’ictus, viene colpita da una crisi epilettica; i medici le spiegano che è una possibilità esigua ma possibile per chi è stato vittima di un’emorragia intracerebrale. L’attacco la vede preda di convulsioni per molte ore; quando si sveglia, si accorge di essere regredita nell’attività di lettura e scrittura e, oltretutto, il suo campo visivo è cambiato ancora una volta. Lotje dice che quello che prima poteva essere interessante, da vedersi come una nuova prospettiva, ora è diventato spaventoso. Nel documentario, si è cercato di riprodurre il modo di vedere di Lotje, con effetti che dessero modo allo spettatore di farsi un’idea di cosa potesse essere girare per strada e vedere una parte dei passanti con i volti deformati. Ed è solo una delle molte caratteristiche di questo documentario che me lo ha fatto piacere così tanto.

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Fin dai primi giorni dopo l’ictus, Lotje è ossessionata dalla paura di dimenticarsi qualcosa, per cui filma ogni momento della sua giornata e si rivolge alla regista Sophie Robinson perché giri appunto un documentario sulla sua esperienza. Possiamo così essere testimoni di ogni tappa del percorso di Lotje, dall’emorragia al riscatto finale. Una delle cose che mi ha più colpito è la straordinaria personalità di Lotje, che si approccia a ogni sfida con un sorriso estremamente contagioso. Le testimonianze di amici e parenti ricordano con rammarico la donna di prima, sempre attiva e molto esuberante, ma io penso che quella parte della sua personalità sia in qualche modo rimasta intatta. Si vede in ogni momento la voglia di imparare di nuovo da capo cose che un bambino impara in molto meno tempo, si vedono la forza, la costanza, la speranza e l’intelligenza di una donna che non si lascia mai andare, anche nei momenti più difficili. Per me, è davvero un modello da seguire, per la capacità di non arrendersi mai, ma soprattutto di fare di un’esperienza così negativa un’occasione di rinascita, di riscoperta di se stessi e di riflessione.

Lotje, a un certo punto, si rende conto che la sua vita non sarà mai più com’era prima. E se si percepisce un po’ di rammarico, la sensazione passa subito. C’è un momento in cui Lotje decide: bene, ora la mia realtà è come la percepisco. È quello il grande punto di svolta, l’attimo in cui Lotje lascia andare la se stessa del passato e accetta quella che l’ictus l’ha fatta diventare. Non è una decisione facile, ma si rende conto che è l’unico modo per ricominciare a vivere davvero, l’unico modo perché, come dice lei stessa, una persona non sia definita dai propri limiti. È infatti uno dei consigli che dà ad una classe di studenti quando le viene chiesto di raccontare la sua esperienza: non definite i pazienti per i loro limiti, per ciò che non possono più fare, vedere, sentire, cercate piuttosto di far capire loro che quello che è successo li ha cambiati, ma non poter fare ciò che facevano prima vuole soltanto dire essere ora in grado di fare altro. Essere in grado di cambiare, di evolvere.

5444cb_290bb9fb0569424ca33ae0417391aac0.pngConsiglio davvero la visione di questo documentario, che ho iniziato a guardare un po’ incuriosita, ma che alla fine mi ha profondamente scossa e fatta commuovere. Senza essere mai retorico o patetico, racconta la storia di una donna che vede la sua vita sconvolta da un evento incontrollabile, che modifica non solo la sua esistenza, ma anche il modo in cui la percepisce. Il modo in cui Lotje affronta l’ictus dovrebbe essere un esempio per tutti, ma soprattutto per quelli che credono la loro vita sconvolta da eventi insignificanti, come la rottura di un cellulare o cose simili. Probabilmente si può dire che esistano due Lotje, quella prima e quella dopo l’ictus. Noi siamo in grado di conoscere solo quella che è diventata dopo. A mio parere, è una donna davvero eccezionale.

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