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“Generazione Perduta” di Vera Brittain

81LgPTRPClLLeggere l’autobiografia di Vera Brittain è si è rivelata un’esperienza nuova per me. Innanzitutto perché le autobiografie da me lette sono davvero poche, ma anche perché sapevo che in questo caso avrei sofferto nel conoscere la sua storia. Generazione Perduta è il titolo con cui è stato tradotto l’originale Testament of Youth: naturalmente il titolo inglese è più calzante, perché sottolinea con maggiore enfasi il contrasto fra la morte (il testamento) e l’idea di gioventù. Due concetti che, in un mondo ideale, non dovrebbero mai essere collegati. Ma qual è la gioventù perduta? È quella generazione di ragazzi che ha vissuto gli orrori della Prima Guerra Mondiale. E si tratta di una perdita a doppio senso: giovani che hanno perso la vita e giovani che si sono visti rubare l’innocenza e la giovinezza.

Essendosi resa conto dell’importanza che quel conflitto ha rivestito nella storia mondiale, Vera Brittain decise di raccontare la sua storia, cercando di mettere in luce quanto la guerra abbia influito sulla popolazione civile e abbia determinato una svolta epocale nella società. Servendosi delle sue lettere, dei suoi diari e delle poesie scritte in quel periodo, ricostruì la sua vita negli anni della guerra e nel 1933 Testament of Youth  vide la luce.34cda0af-4d95-41c4-9ced-3271c46a2f98-1020x612

Non voglio scusarmi per il fatto che alcuni di questi documenti ridesteranno con brutalità le intense sofferenze patite dalla mia generazione quando eravamo poco più che ventenni. Il mio scopo, del resto, non è certo preservare il decoro suscitando emozioni lenite dal passare del tempo, quanto invece, almeno in parte, quello di evitare di ricadere troppo facilmente nell’oblio dei fatti, il principale ripetersi dei più dolorosi errori della storia. Non è certo per caso che tutto ciò che ho scritto costituisce, in effetti, un atto di accusa a una civiltà.

Un’accusa portata avanti con onestà, mostrando l’inutilità della morte, lo spreco gratuito di vite, il sacrificio disumano di ragazzi, padri, fratelli, mariti. La distruzione di un mondo è la conseguenza di una guerra voluta dai “grandi”, presentata come la grande occasione per servire la patria e rincorrere la gloria.

Le cause della guerra sono sempre ingiustamente rappresentate: il suo onore è disonesto e la sua gloria meretrice, ma la sfida alla rassegnazione spirituale, l’intenso acuirsi dei sensi, la vitalizzante consapevolezza di un pericolo comune per uno scopo comune, permangono ad attrarre quei ragazzi e quelle ragazze che hanno appena raggiunto l’età in cui l’amore, l’avventura e l’amicizia chiamano con più insistenza che in qualsiasi altro momento futuro della loro vita. Il fascino può essere come il semplice delirio della febbre che appena la guerra è finita svanisce e si mostra per quel fuoco fatuo che realmente è, ma mentre dura nessuna emozione conosciuta all’uomo sembra aver avuto finora lo stesso convincente potere di quella ingigantita vitalità.

Allo scoppio della Grande Guerra, Vera è appena riuscita ad essere ammessa alla prestigiosa università di Oxford, ma l’arruolamento del fratello Edward, del fidanzato Roland e degli amici Victor e Geoffrey la spinge a prendere una drastica decisione: sospende gli studi e diventa infermiera del Voluntary Aid Detachement (Vad)Alicia Vikander as Vera Brittain. In questo modo sente di essere più vicina ai suoi cari impegnati al fronte e ha la possibilità di essere testimone dirette delle atroci conseguenze delle battaglie. Si rende conto che la usa vita non potrà mai più essere la stessa: la ragazzina che sognava Oxford si è trasformata in una giovane sopraffatta dalla stanchezza e dall’angoscia per chi ama. Da Londra alla Francia, fino a Malta, Vera segue il corpo infermieristico, portando il suo aiuto ai feriti e osservando un mondo che non tornerà più ad essere come una volta.

vbQuello che mi ha colpito di più di questa autobiografia, è la poeticità. Vera e Roland si scambiano poesie, citano versi di grandi poeti, guardano la vita intorno a loro con una sensibilità straordinaria. Che sia il paesaggio che li circonda o un’emozione suscitata da qualche evento, ci sono sempre dei versi pronti ad esprimerle. È proprio questo contrasto tra delicatezza poetica e brutalità della guerra a rendere unica l’autobiografia di Vera Brittain, la cui personalità sensibile, determinata, idealista, intelligente e coraggiosa emerge continuamente dalle pagine del suo racconto.

La sua è una storia di sofferenza, la testimonianza di un evento brutale che ha radicalmente cambiato l’Europa e ha distrutto famiglie intere, rovinando una generazione di  giovani, che non potrà mai più essere ritrovata. L’esperienza della guerra l’ha spinta, una volta tornata ad Oxford,  ad intraprendere gli studi di Storia e di Relazioni Internazionali, conscia dell’importanza di evitare che si ripetano nuovamente gli orrori della Grande Guerra, anche se Vera Brittain  aveva capito che il Trattato di Versailles del 1919 sarebbe stato la causa di nuovi conflitti. E la Storia ci dimostra che l’uomo scelse di nuovo la distruzione.

 

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