Riflessioni · Serie TV

L’ambiguità del bene

Thirteen è una serie televisiva inglese trasmessa dalla BBC e composta di cinque episodi. Racconta della fuga di una ragazza dall’uomo che la teneva prigioniera da tredici anni; ora ne ha ventisei e deve affrontare un mondo completamente trasformato, in cui soprattutto le persone che conosceva sono cambiate tanto da rendersi quasi irriconoscibili.

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La bravura dell’attrice protagonista è fuori discussione: interpretare un ruolo così difficile deve essere stata una notevole prova per Jodie Comer. Ciò che l’ha resa così brava, a mio modesto parere, è stata la sua capacità di rendersi non intellegibile, non interpretabile. Ivy Moxam si presenta immediatamente come personaggio tragico e come vittima, ma non passa molto tempo che diventa ambigua, sospetta. La sua reticenza nel parlare, che potrebbe risultare comprensibile data la sua situazione, diventa passabile di una lettura al negativo, che trasforma la ragazza da vittima a complice. È per questo che il ruolo dei due detective assegnati al caso diventa fondamentale. Elliot, interpretato da Richard Rankin, si affeziona velocemente ad Ivy e si mostra pronto a difenderla ad ogni costo; Lisa, la sua partner, interpretata da Valene Kane, è molto più critica e oggettiva, e non appena il racconto di Ivy mostra una crepa, comincia a credere che stia nascondendo qualcosa.

Una serie del genere, che è praticamente un film di cinque ore diviso in episodi, pone inevitabilmente molti interrogativi e, senza dubbio, turba lo spettatore. Perché la prima cosa che si fa, grazie anche alle inquadrature iniziali, incentrate sulla fuga di Ivy, è chiedersi: cosa avrei fatto io al suo posto? Cosa sarei diventata? Immedesimarsi in una situazione del genere è difficile in due sensi: per prima cosa, è difficile perché si tratta di un evento così fuori dal normale, così estremo, così assurdo, che la nostra immaginazione fatica a fabbricarne una simile. In secondo luogo, pensare di essere una ragazza di tredici anni, rapita e tenuta prigioniera in una cantina per metà della sua vita è difficile a livello emotivo: al solo pensarci mi sento soffocare, tremo, e provo una profonda paura. Affrontare questa serie televisiva con una buona dose di empatia è tanto necessario quanto doloroso, ma senza entrarci dentro, senza partecipare all’angoscia di Ivy, della sua famiglia e del resto delle persone intorno a lei, non si può apprezzare a fondo la maestria di chi l’ha scritta. Il ritmo, la suspense, l’interazione tra i personaggi: tutto, a mio parere, è eccezionale.

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L’aspetto su cui vorrei soffermarmi, che dà il titolo a questo post, è l’ambiguità del bene, che può avere due letture diverse, una più immediata, una più controversa. Quella più immediata riguarda la famiglia di Ivy: la gioia per aver ritrovato la figlia perduta è inevitabilmente accompagnata da una sottile disperazione. Ivy è cambiata, loro sono cambiati: come coprire i tredici anni di separazione? Come tornare a essere veramente una famiglia? Non credo esistano risposte del tutto giuste o del tutto sbagliate a queste domande. Nella serie riusciamo a vedere i diversi modi in cui la famiglia accoglie Ivy, e le diverse sensazioni che la sua apparizione suscita. La più potente, di sicuro, è quella della madre, che riconosce sua figlia da subito, che non ha mai dubbi, che dichiara sempre di amarla incondizionatamente. Ed è qui che scatta l’ambiguità del bene, perché la madre sommerge Ivy di domande, non la lascia mai da sola, la tratta come se avesse ancora tredici anni. Comprensibile, certo. Ma fino a che punto può far bene ad Ivy? E, soprattutto, fino a che punto si può spingere l’amore incondizionato? Lo si dà spesso per scontato, in special modo quando si parla di madri e figli. Ma, guardando Thirteen, è inevitabile chiedersi quali siano i confini di questo tipo di amore. So già che, una madre, leggendo queste parole, mi direbbe: non sai di cosa parli finché non hai un figlio. Forse è così, forse non potrò mai capire finché non mi troverò in quella situazione. Eppure il dubbio esiste, le madri che fanno male ai propri figli esistono: la possibilità di non amare incondizionatamente è qualcosa di reale. Ammettere che il proprio figlio ha commesso qualcosa di sbagliato, non perdonarlo, è davvero così incredibile? Questo è l’interrogativo che si coglie nella serie: non pretendo di dare una risposta, forse non esiste proprio. Però mi ha fatto riflettere parecchio.

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Ma l’ambiguità del bene, in questa storia, è anche un’altra: quella di Mark White, l’uomo che ha rapito Ivy. Se non l’ha uccisa, se l’ha tenuta con sé per tutti quegli anni, evidentemente, in qualche modo, teneva a lei, o almeno così siamo portati a pensare assumendo la prospettiva di Ivy. Che il suo amore fosse perverso e che l’abbia manifestato in modo atroce, è fuori discussione, ma in fondo non è comunque amore? È ambiguo perché è degenerato, spogliato  di tutte le cose belle che accompagnano un rapporto affettivo sano: la fiducia, la voglia di donarsi, il desiderio di far stare bene l’altra persona. È un amore crudo, sbagliato, denudato. È ambiguo perché è un amore che fa male. Fino alla fine, non sappiamo quanto Ivy capisca cosa le è successo veramente, non riusciamo a comprendere cosa pensi del suo rapitore, proprio perché è ambiguo. Le chiavi di lettura sono tutte nell’ultima puntata, un capolavoro di suspense.

Sono solo poche riflessioni, queste, in confronto a quelle che può suscitare una serie del genere. Sono contenta di averla vista, perché, nonostante mi abbia piuttosto sconvolto, mi ha fatto pensare e, aspetto da non dimenticare, mi ha fatto apprezzare un buon prodotto televisivo.

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