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È morto Elie Wiesel, testimone dell’Olocausto e Nobel per la Pace

Elie_Wiesel_2012_ShankboneNato in Romania, a Sighet, nel 1928, Elie Wiesel è stato uno dei più importanti portavoce dell’orrore dell’Olocausto. Attraverso la sua autobiografia, La notte, uno dei libri più venduti al mondo sulla tragedia ebraica, ha raccontato l’esperienza dei campi di concentramento in ogni suo straziante dettaglio. È morto ieri nel suo appartamento di Manhattan.

La sua vita cambiò radicalmente quando Sighet fu annessa all’Ungheria nel 1940, e tutti i cittadini ebraici furono costretti a trasferirsi nel ghetto. Wiesel e la sua famiglia furono deportati ad Auschwitz nel maggio del 1944. Dovette guardare impotente sua madre e una delle sue sorelle trascinate a morire nelle camere a gas; suo padre fu condannato ai lavori forzati insieme a lui, e visse il gelo, la malattia e la fame, ma non sopravvisse al pestaggio da parte di una SS (morì il 29 gennaio 1945). Tre mesi dopo, gli alleati liberarono il campo in cui era tenuto Wiesel.

Dopo la guerra, Wiesel fu mandato, insieme ad altri giovani sopravvissuti, in Francia, presso l’organizzazione Oeuvre de Secours aux Enfants, dove visse per parecchi anni e poté riunirsi con le uniche sopravvissute della sua famiglia: le sue sorelle mag41vIkdqVrWL._SX303_BO1,204,203,200_giori, Beatrice e Hilda. Studiò letteratura, filosofia e psicologia alla Sorbona, ma non completò gli studi. Nel 1949 visitò il nascente Stato di Israele come corrispondente straniero del giornale francese “L’arche”.


La notte
 ridimensiona l’Olocausto mostrandolo attraverso gli occhi di un ragazzo che lotta per la vita, e grazie a questo modo di raccontare avvicina l’orrore della tragedia al lettore. La prima versione della sua autobiografia era lunga più di ottocento pagine e fu scritta in ebraico. La versione oggi conosciuta, abbreviata, fu scritta in francese nel 1958 e tradotta in inglese due anni dopo.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel ha scritto 57 libri, principalmente in francese e in inglese, ed è stato professore all’università di New York e a quella di Boston, che ha dato vita al Centro Elie Wiesel di studi ebraici in suo onore. Ha contribuito alla realizzazione del museo in memoria dell’Olocausto a Washington D.C., ma si è anche preoccupato delle vittime di altre forme di oppressione, tra cui la popolazione sudafricana e le vittime di genocidio in Sudan. Ha pubblicamente condannato il genocidio armeno, di cui abbiamo recentemente sentito parlare (Papa Francesco lo riconosce anche se la Turchia rifiuta ancora il termine genocidio).

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Nel 1986 Elie Wiesel ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. L’importanza del suo ruolo è da attribuirsi alla sua volontà di tenere viva la memoria dell’Olocausto e di promuovere un’educazione in merito. Negli anni, ha tenuto innumerevoli conferenze sull’argomento, in tutto il mondo.

Volevano ad ogni costo uccidere l’ultimo ebreo sul pianeta. Oggi ci si potrebbe chiedere: perché la memoria, perché ricordare, perché infliggere un dolore tale? In fondo per i morti è tardi ma per i vivi no. Se non si può annullare il tormento, si può invece sperare, riflettere, prendere coscienza.

Fonti: Haaretz, Bustle

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