Riflessioni

La mia laurea

Alla fine ce l’ho fatta anch’io, mi sono presa la mia laurea magistrale in Culture Moderne Comparate. La discussione, in particolare, è stata un’esperienza piena di sorprese (non tutte positive), che mi ha dato tanto da riflettere e che mi ha insegnato molto.

Il tutto è avvenuto lunedì 7 novembre. L’appello era alle 9, il che significa alzarsi alle 7, per me che abito fuori Torino. Dovete sapere che avevo passato il week end immersa nello yoga, dato che sto seguendo un corso di formazione per insegnanti, che è insieme un percorso formativo e spirituale. È stato un week end molto intenso, che mi ha scossa dal punto di vista emotivo e fisico. Quindi era in questo umore di fibrillazione mentale e sentimentale che mi apprestavo a discutere la mia tesi.

Piccolo spoiler: le mie amiche sono state la mia salvezza. Hanno sdrammatizzato, mi hanno fatta ridere, mi hanno sostenuta, e io non mi sento di aver ancora ringraziato abbastanza tutte le persone che sono state con me lunedì.

Ero molto nervosa per questa discussione, perché non sono una brava oratrice, e di conseguenza non avevo un discorso a prova di bomba bello pronto da recitare. Diciamo che mi sono lasciata un po’ andare all’improvvisazione: però, in fondo, la tesi l’avevo scritta io, dovevo pur sapere di cosa stavo parlando, no?

Evidentemente no. 

Dopo il mio discorso, è stato il turno del mio relatore, quello che durante i ricevimenti mi aveva inondato di complimenti per la qualità della mia scrittura e della mia analisi. Mi aspettavo un commento positivo da parte sua, ma le mie aspettative sono state deluse. Non è stato cattivo, ma neanche benevolo. L’unica cosa che mi ha fatto pensare è stata: ma se invece di dirmele ora, queste cose me l’avessi dette qualche mese fa? Perché queste correzioni che stai facendo ora in sede di discussione io non le ho ricevute mentre ancora stavo scrivendo la tesi? Mistero. Ma la parte peggiore deve ancora arrivare.

Dopo il relatore, ha parlato la controrelatrice, una professoressa di storia dell’arte che io non avevo mai visto, essendo io studentessa di letteratura. Il suo discorso è stato maligno, grottesco, compiaciuto, saccente, snob e gratuito. Ha fatto un elenco di cose che mancavano alla mia tesi, senza neanche un commento su quello che effettivamente c’era. Non ha capito una mazza dello scopo che io mi ero prefissa nel mio lavoro. Ha sciorinato nomi su nomi su nomi di autori che avrei dovuto citare e conoscere. Ha criticato la mia bibliografia, dicendo che era scarna. Ha concluso affermando che la pagina dei ringraziamenti era più curata della mia bibliografia. Con tono saccente, con la faccia della compagna di quinta elementare che si sente più figa perché ha preso dieci quando tu hai preso soltanto otto. Con la faccia di una che vive sbattendo in faccia ai suoi studenti il suo sapere e i suoi risultati accademici, senza invogliare nessuno a studiare per la passione della conoscenza.

Questa professoressa è uno dei tanti simboli del sistema contro cui io ho cominciato a combattere durante l’anno della prima liceo (che, avendo fatto il classico, corrisponde alla terza superiore). Ho cominciato a capire cosa non mi piaceva dell’istruzione come viene oggi spesso proposta quando ho conosciuto la professoressa di italiano e latino, che portava avanti le sue lezioni dettandoci appunti aridissimi, e pretendendo, alle interrogazioni, che noi conoscessimo date e nomi, metafore e similitudini, metrica e sintassi, senza considerare che gran parte della letteratura è fatta di sentimenti, opinioni, punti di vista. Il tipico esempio di persona priva di pensiero critico, e che quindi non lo pretende neanche dai suoi studenti, anzi lo soffoca. È stata solo la prima di una lunga serie, ma mi è rimasta particolarmente impressa, perché mi ha fatto odiare ciò che avevo sempre amato, e mi ha spesso punita per il mio essere imprevedibile e fuori dagli schemi.

La mia controrelatrice, lunedì, si è posta sulla stessa lunghezza d’onda della mia insegnante del liceo. Un dinosauro, un essere preistorico che ritiene che studiare equivalga a imparare a memoria non solo nomi e date, ma opinioni espresse da altri. Io, carissima, non sono venuta all’università per imparare a memoria cose dette da altri. Sono venuta all’università per imparare a dire quello che penso. Con questo non voglio dire che quello che hanno scritto quelli prima di me, dai più grandi ai meno famosi, non sia importante. Ma ripetere a macchinetta quello che un’altra persona ha espresso anni prima non mi sembra produttivo. È l’atteggiamento tipico di chi, in realtà, non ha nulla da dire. 

Mi sono sentita così mortificata, così umiliata dal suo discorso, che mi sono commossa. Mi tormento pensando che la commissione abbia potuto considerare le mie lacrime un segno di debolezza, quando invece erano solo il mio modo di buttare fuori la collera nel modo più civile possibile. Qualcuno, dopo, mi ha chiesto: perché non le hai detto quello che pensi? E io non ho potuto che rispondere che non sarebbe servito a nulla. Primo, perché persone così non le cambi: sono talmente fossilizzate nelle loro convinzioni da non saper vedere al di là del loro naso. Sono loro i veri ignoranti, poveri di spirito, di mente, di cuore. In secondo luogo, non era nel mio interesse risponderle a tono. Avrei prolungato ancora di più la mia agonia, avrei forse innescato una discussione da cui ne sarei uscita inevitabilmente sconfitta, avrei fatto del male a me stessa senza ottenere niente da quella donna. Ho accusato il colpo, le ho stretto la mano (risparmiandomi solo di guardarla negli occhi) e me ne sono andata con il mio 108, che a detta del mio relatore, qualche mese prima, sarebbe potuto essere un 110. Non sono quei due punti che mi bruciano, è l’ipocrisia e la disonestà di un ambiente ricoperto da ragnatele e incapace di scrollarsele di dosso. 

Per fortuna, la mia famiglia e le mie amiche sono stati meravigliosi. Ho ricevuto abbracci, baci, regali, ma soprattutto tanto supporto, tanto amore, tante belle parole. Ho ricevuto sostegno, sono stata capita: è questa la cosa più importante.

Da idealista, forse un po’ ingenua, e da novella ottimista, spero che persone del genere diventino gradualmente sempre più rare. Che la ricchezza di una mente critica e creativa prenda il sopravvento sui memorizzatori seriali. Che un giorno la scuola sia come la sogno io, non come è da centinaia di anni.

Ringrazio ancora la mia famiglia, mamma, papà, Alessia, nonna, sorella, zio, e le mie amiche luminosissime: Stefania, Chiara, Federica, Beatrice, Laura, Andrea, Giorgia, Annalisa, Federica e Adelaide. 

Ringrazio anche la mia controrelatrice, visto che le è piaciuta tanto la mia pagina di ringraziamenti. Grazie, grazie, grazie per aver mostrato al mondo che le persone di merda esistono davvero (perdonate il francesismo). Ero anche stanca di essere presa per pazza.

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“I ain’t sorry” cit. Beyoncé
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4 thoughts on “La mia laurea

  1. Auguri Chiara! Sono proprio felice per questo tuo traguardo!
    Non posso che essere solidale con te, per la disavventura che ti è capitata in sede di discussione. Purtroppo persone così esistono, e bisogna saperli accettare, facendo buon viso a cattivo gioco; un po’ come te, che hai stretto la mano alla correlatrice, senza guardarla negli occhi. E poi sai che ti dico? Hai proprio ragione quando dici (cito): “Sono loro i veri ignoranti, poveri di spirito, di mente, di cuore”. La famiglia, invece, non tradirà il proprio figlio/a; sono loro i veri affetti, quelli più cari, e non persone come i professori, o i compagni di scuola/colleghi di università, che magari non vedrai neanche più dopo quel periodo.
    Ti faccio ancora tante congratulazioni!
    Un abbraccio forte ed un bacio grande. ❤
    Luca

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