Riflessioni

La colonia estiva dello scrittore

Anche l’articolo di oggi prende avvio da una citazione presente ne Il libro dei Baltimore di Joël Dicker. Dopo la riflessione della scorsa settimana sul ruolo delle immagini e della televisione nel futuro ( I nuovi zombie?), vi propongo qualcosa di completamente diverso. Nelle primissime pagine, c’è la presentazione del protagonista – Marcus Goldman- che parla della suo essere scrittore di romanzi. E mentre ci racconta delle difficoltà del suo lavoro, inserisce un’immagine metaforica molto efficace sul processo creativo.

Io sono lo scrittore.

È così che mi chiamano tutti. I miei amici, i miei genitori, i miei parenti, e anche le persone che non conosco e che tuttavia mi riconoscono in un luogo pubblico e mi dicono: “Lei non è quello scrittore…?” Io sono lo scrittore: è la mia identità.

La gente crede che, in quanto scrittore, la tua vita sia abbastanza tranquilla. Recentemente un mio amico, dopo essersi lamentato per i suoi spostamenti quotidiani tra casa e ufficio, mi ha detto: “Tu, in fondo, la mattina ti alzi, ti siedi alla scrivania e scrivi. Tutto qua.” Non gli ho risposto niente, forse per lo sconforto di rendermi conto fino a che punto, nell’immaginario collettivo, il mio lavoro consista nel non far niente. La gente pensa che non combini nulla, ma è proprio quando non fai niente che lavori di più.

Scrivere un libro è come aprire una colonia estiva. La tua vita, in genere solitaria e tranquilla, viene improvvisamente scombussolata da una moltitudine di personaggi che un giorno giungono senza preavviso e ti stravolgono l’esistenza. Arrivano una mattina, a bordo di un grande pullman, dal quale scendono rumorosamente, eccitati per il ruolo che hanno ottenuto. E tu devi rassegarti, devi occupartene, devi dargli da mangiare, devi ospitarli. Sei responsabile di tutto. Perché tu, appunto, sei lo scrittore.

Partiamo dal presupposto che io non sono una scrittrice. Mi è capitato di scrivere un paio di copioni per le rappresentazioni teatrali del mio gruppo dell’oratorio, ma niente che si avvicini neanche lontanamente al procedimento complesso e straordinario di creare un vero e proprio romanzo. Di conseguenza, questa riflessione non si baserà sulla mia esperienza personale. Tuttavia, sono rimasta colpita dalla metafora usata da Dicker sull’autore come gestore di una colonia estiva. E  questo campo mi è decisamente più familiare. Quando si inizia un campo estivo i primi giorni sono i più frenetici: arriva gente nuova, bisogna conoscere i ragazzi, prendersi cura di loro, organizzare turni, incastrare le attività, controllare che tutto proceda per il meglio. C’è tanta gioia perché si inizia una nuova esperienza, ma a ciò si accompagna il timore che qualcosa possa andare storto.

E quando si scrive? Nel momento in cui hanno preso forma i vari personaggi della storia che si andrà a raccontare bisogna organizzare il loro “pernottamento”: cosa devono fare e con chi, quando devo agire e quando devono fermarsi, come si devono comportare, quali parole usare… Sono tante cose da stabilire e questo va fatto per ogni personaggio. Ogni autore ha il suo metodo per affrontare il caos che regna nella sua mente, che lavora febbrilmente nel tentativo di dare alla luce il suo libro.

È vero che nell’immaginario collettivo il lavoro dello scrittore è considerato quasi come un passatempo? Sicuramente non richiede uno sforzo fisico come altri impieghi, ma non per questo deve essere visto come un’attività privilegiata. Le ricerche, il processo di scrittura e revisione, le tempistiche, i momenti di blocco: l’impegno mentale è notevole.

Scrittori che siete là fuori, concordate con quanto scrive Joël Dicker? Vi convince la metafora della colonia estiva? Se vi vengono in mente altre metafore sul processo di scrittura trovate nei romanzi , scrivetele nei commenti!

 

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