Recensioni

“La bella scrittura” di Rafael Chirbes

9788807031977_0_0_300_80Quando ho dato il mio primo esame di letteratura spagnola, mi sono resa conto per la prima volta di quanto la guerra civile spagnola e il regime franchista siano ancora vivi nella memoria di quel paese. La maggior parte della narrativa spagnola contiene almeno un riferimento a quel periodo storico, quando non è proprio l’intero romanzo a esservi dedicato. Per mia fortuna, è stato un esame bellissimo, pieno di spunti e di idee interessanti, che mi ha lasciato la voglia di scoprire sempre di più su un pezzo di storia che a scuola, spesso, viene trattato solo superficialmente.

Così, quando ho trovato tra gli scaffali della biblioteca La bella scrittura di Rafael Chirbes, non ho esitato a prenderlo in prestito. Si tratta di un romanzo molto breve, scritto come una lettera da una madre a suo figlio. La narratrice racconta le sofferenze della guerra, ma soprattutto la fatica che ha fatto la sua famiglia a ritagliarsi una vita dignitosa quando il conflitto era ormai finito.

Ciò che mi ha più stupito, e che mi ha permesso di amare così tanto questo libro, è la capacità dell’autore di condensare in pochissime righe drammi incredibilmente dolorosi. Le torture subite dal marito, e dal fratello di lui, le incertezze, le difficoltà economiche, la perversione di un tradimento forse mai avvenuto, di cui si capisce poco: tutti questi elementi sono raccontati con grande delicatezza, ma nello stesso tempo con una penna estremamente affilata. Perché Chirbes sa esattamente dove colpire, sa cosa può scatenare l’emotività del lettore, sfiora proprio quel tasto che permette l’identificazione con il personaggio, con la sua sofferenza. Se, come me, siete persone molto empatiche, soffrirete con i protagonisti, girerete ogni pagina come se fosse un macigno. Ho finito il libro piangendo, con una grandissima emozione nel cuore.

La conclusione è molto pessimista e il libro in generale è piuttosto potente, eppure lo si legge in poco tempo. Non soltanto per la sua brevità, ma anche per la volontà dell’autore di non soffermarsi sulla sofferenza per farne uno spettacolo. Sono sentimenti, storie ed emozioni che vanno raccontate, perché fanno parte di un’epoca, perché contengono il dolore di migliaia di persone, ma non vanno messe in mostra. Non hanno bisogno di teatrini. Chiedono solo di essere lette. 


Articolo uscito anche qui

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