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“Chiamate la levatrice” di Jennifer Worth

“Chiamate la levatrice” è un grido che era piuttosto diffuso una sessantina di anni fa. Il parto in casa era molto frequente benché ormai si stesse diffondendo sempre più quello in ospedale. Ma nel miracolo della vita che nasce c’è una figura fondamentale, quasi sempre dimenticata sullo sfondo: quella della levatrice.

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Nel gennaio del 1998 il “Midwives Journal” pubblicò un articolo di Terri Coates intitolato La figura della levatrice in letteratura. Dopo accurate ricerche Terri fu costretta a concludere che le levatrici non venivano praticamente mai menzionate in letteratura.

In nome del cielo, perché? I medici fanno bella mostra di sé tra le pagine di innumerevoli romanzi, dispensando perle di saggezza. Le infermiere, buone o cattive, non mancano di certo. Ma le levatrici? Si è mai sentito parlare di un romanzo che avesse come protagonista una levatrice?

Eppure il mestiere della levatrice è il materiale stesso del dramma e del melodramma. I bambini vengono concepiti nell’amore e nella lussuria, nascono nel dolore e nella sofferenza, sono causa di immensa gioia o di atroci tormenti. Una levatrice assiste a tutte le nascite, si trova nel cuore della storia, vede e sente tutto. Perché allora continua a rimanere una figura in ombra, nascosta dietro la porta della sala parto?

Terri Coates termina il suo articolo con le parole: ”Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria”. Dopo aver letto quelle parole ho accettato la sfida.

1949753436In questa breve prefazione Jennifer Worth introduce i motivi che l’hanno spinta a mettere per iscritto le sue memorie degli anni in cui ha svolto il lavoro di levatrice. Ecco che, allora, il suo romanzo diventa un affresco eccezionale di una realtà storica e sociale che è quella dell’East End londinese degli anni Cinquanta. È la voce della giovane infermiera Jenny a narrare in prima persona le storie di tante donne che hanno affrontato una o più gravidanze. Sono tutte storie emozionanti, in cui la gioia spesso sconfina nella tragedia, o in cui la sofferenza si tramuta in meravigliato stupore. I racconti di Jenny/Jennifer entrano nel cuore e difficilmente da lì usciranno: la signora Conchita e i suoi ventiquattro figli, la giovanissima Mary entrata nel terribile giro della prostituzione, Ted il “folle santo”, l’inquietante Mrs. Jenkins…

Tutte le persone che Jenny ha incontrato nella sua carriera le hanno permesso di  sviluppare una sensibilità non comune. Sebbene questa giovane infermiera  non abbia  iniziato per una vocazione precisa, la sua professione le ha cambiato profondamente la vita.

Cosa mi avrà spinta a cominciare? Dovevo essere impazzita! C’erano decine di altre cose che avrei potuto fare: la modella, l’assistente di volo, la hostess di terra. Mille idee mi ronzavano nel cervello, professioni affascinanti, ben pagate. Solo un’idiota avrebbe scelto di fare l’infermiera. E adesso la levatrice… […].Ci vogliono circa quindici minuti perché una barca attraversi il ponte. Ho il tempo di pensare. Strana la svolta che ha preso la mia vita: un’infanzia devastata dalla guerra, una storia d’amore travolgente quando avevo solo sedici anni, la consapevolezza, tre anni dopo, di dover andar via. Ho scelto di diventare infermiera semplicemente per motivazioni pratiche. Lo rimpiango forse? […] Perché ho cominciato? Lo rimpiango? Mai e poi mai. Non cambierei il mio lavoro con nessun altro al mondo.

Quella che è nata come una scelta di vita dettata dalle necessità si trasforma in una missione: il lavoro di Jenny si confronta quotidianamente con la povertà dei quartieri dell’East End, con lo squallore, l’ignoranza, la sporcizia. Eppure, è proprio in questo ambiente desolato che Jenny scopre il coraggio di molte donne che affrontano le grandi difficoltà della vita con una determinazione invidiabile. Nella miseria può osservare la natura umana, con tutti i suoi pregi e difetti. Grazie a questa esperienza, imparerà a guardare oltre l’apparenza, arrivando a comprendere le altre persone, a compatirle, sostenerle, curarle.

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In questo suo percorso di crescita, umana e professionale, un ruolo fondamentale svolgono le persone con le quali lavora: oltre alle colleghe Chummy, Trix e Cynthia, ci sono le formidabili suore della Nonnatus House, guidate dall’amorevole suor Julienne. C’è la paziente suor Bernadette, la pragmatica suor Evangeline e suor Monica Joan, la più anziana, affetta da demenza senile. Grazie a loro, Jenny, da sempre agnostica, inizia a scoprire una nuova spiritualità.

Quella frase ripetuta “Dio sia con te” mi aveva sempre confuso le idee. Improvvisamente divenne chiara, come una rivelazione. L’accettazione era la risposta. Mi sentii piena di gioia. Accettare la vita, il mondo, lo Spirito, Dio, comunque lo si chiamasse, era l’unica via. Il resto sarebbe venuto da sé. Avevo brancolato nel buio per anni per riuscire a capire o almeno ad ammettere il senso della vita. Questa semplice frase “Dio è con te”, rappresentò per me l’inizio di un cammino nella fede.

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L’esperienza personale di Jenny si mescola alla descrizione della società che la circonda, una società che sta cambiando: i docks di Londra sono destinata alla chiusura, molti quartieri residenziali si stanno trasformando in zone degradate dal commercio della prostituzione e, soprattutto, la mentalità si sta evolvendo. Uno degli aspetti che maggiormente mi ha colpita riguarda la percezione che le donne avevano degli ospedali. Non ci si fidava. Meglio il parto in casa. Essere ricoverati in ospedale era l’ultima opzione, raramente accettata di buon grado. Jenny, di formazione scientifica, si scontra con una mentalità ancora legata all’istinto naturale, al buon senso che deriva dalle antiche tradizioni. Lei sa che spesso è proprio l’evoluzione scientifica che ha permesso a molte donne di non morire, ma in alcuni casi ha dovuto ammettere che la medicina moderna non può sapere tutto. A volte, l’amore di una madre è più potente di quanto si possa immaginare.

Chiamate la levatrice è uno strumento splendido per riflettere sulla realtà storica e sociale della Londra degli anni Cinquanta, su un mondo in mutamento, sui misteri della vita, della morte, sull’invisibile coraggio quotidiano di molte persone. Narrato con uno stile semplice e diretto, questo romanzo non risparmia gli aspetti più crudi della vita, che a volte ti colpiscono come un violento pugno allo stomaco. E a questi dettagli più realistici si accompagnano momenti di riflessioni più profonde, che si elevano al di sopra della realtà, arrivando ad un piano spirituale, e non uso questo aggettivo solo in senso religioso.

Dai romanzi di Jennifer Worth la BBC ha tratto la meravigliosa serie tv Call the Midwife, che ha saputo rendere le caratteristiche del libro, mettendo in scena episodi concreti e crudi con una delicatezza che difficilmente si può eguagliare.

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5 thoughts on ““Chiamate la levatrice” di Jennifer Worth

  1. Sempre sulla figura della levatrice è incentrato il romanzo “Una levatrice a New York”, di Kate Manning. Anche questo racchiude in sé degli aspetti crudi per ben delineare la figura ed il ruolo di questo personaggio.

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  2. Lessi il libro anni fa, ben prima dell’uscita della serie TV, e lo trovai molto interessante proprio perche’ trattava di un argomento cosi’ poco conosciuto e mostrava un lato della capitale inglese che, ingenuamente, pensavo appartenesse solo ai romanzi di Dickens. Sono rimasta scioccata, invece, allo scoprire come simili condizioni di vita si siano protratte fino agli Anni ’70 ma, in fondo, non ci dimentichiamo che l’ultima “Magdalene House” chiuse nel ’96. Era l’Irlanda, non l’Inghilterra, in quel caso, ma il concetto di base e’ il medesimo: a quei tempi tutto il mondo era paese. La poverta’ era la poverta’ ovunque questa si presentasse.

    Grazie alla testimonianza della Worth ho cominciato a documentarmi sulle “workhouses”, letture che ti consiglio, ma preparati: in alcuni casi ci vuole uno stomaco di ferro 😦

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