Racconti

Clelia e il principe azzurro

C’era una volta una bella bambina di nome Clelia. Aveva grandi occhi azzurri e una passione per le storie d’amore. All’età di otto anni aveva deciso che la sua favola preferita era quella di Cenerentola: sapeva che un giorno un bel principe l’avrebbe presa con sé, sposandola e rendendola felice.

Crescendo, Clelia aveva incontrato tante persone cattive, ma non aveva mai smesso di credere nell’amore.

A diciotto anni, pensava di essersi innamorata. Girava mano nella mano con un ragazzo alto alto che la colmava di attenzioni, fiori e regali. Guidava fino a casa sua tutte le sere per vederla, la abbracciava e la baciava, le sussurrava parole dolci all’orecchio. Si arrabbiava quando lei non rispondeva al suo ti amo con un ti amo anch’io. Lei, per timidezza, spesso rispondeva solo anch’io, o non rispondeva affatto, e lui si innervosiva molto. Clelia non era felice. Un giorno si accorse che stava soffocando. Clelia decise che aveva ancora voglia di respirare, e lasciò il ragazzo alto alto, che si appostò per giorni sotto casa. Lei gli chiese gentilmente di andarsene molte volte, finché non si arrabbiò. Il ragazzo alto alto fece diventare Clelia molto cattiva. Si scoprì ad insultarlo, ricordandogli quanto lei si sentisse soffocare, dicendogli persino che non le piaceva neanche fare l’amore con lui. Ci mise molto molto tempo ad arrendersi, ma alla fine dovette farlo.

Dovette per forza, perché poco dopo Clelia incontrò un musicista. Questa volta si innamorò davvero. Lui era timido quasi quanto lei, se non di più, ma insieme crearono il loro modo di essere timidi insieme. Viaggiavano e si amavano. Solo che lui era esitante. Non sapeva decidersi, né con lei, né con la vita. Clelia all’inizio pensò che fosse la distanza: magari facciamo fatica a stare insieme perché viviamo lontani. Ma poi capì che non era così. Lei non era il tipo da farsi fermare da una cosa così banale come lo spazio. Sarebbe andata in capo al mondo, se solo ci avesse creduto davvero. Perché Clelia è fatta così: se ci crede, dà tutta se stessa, senza esitare. Ma in quel momento esitò, e poi disse basta. Dov’era la passione? Dov’era la voglia di mettersi in gioco? Ormai era solo noia. E così finì tutto, nel modo peggiore: spegnendosi lentamente, ingrigendo, appassendo. Fu molto triste.

Lei per un po’ si sentì libera e forte. Poi si accorse di non essere più capace di sorridere.

Non sorrise per tanto tempo. Non parlò con nessuno per tanto tempo. Arrivò a non provare più emozioni. Clelia era precipitata in un buco nero profondo e appiccicoso senza neanche rendersene conto. La mattina apriva gli occhi e pensava solo, perché? Perché alzarmi? Perché vivere?

Passò tanto tempo senza sorridere.

Un giorno le successe una cosa spaventosa, che la terrorizzò molto, anche se in realtà non era una cosa poi così grave. Ma la paura era stata talmente grande, che decise di andare in cerca di una fata madrina. La fata la accolse tra le sue braccia e la aiutò a guarire.

Clelia ci mise tanto tempo, tanto impegno, tanta volontà. Diventò più forte e sicura. Sorrise di nuovo. Sorrise tanto, anche quando le cose non andavano come voleva lei. Ma aveva imparato che non sempre è così. E in fondo chissenefrega.

Ormai aveva tutto. Tranne forse… il principe azzurro? No, di quello non aveva più bisogno. Clelia credeva ancora nell’amore, ma il mito del principe azzurro se l’era lasciato decisamente alle spalle. Sapeva stare bene a prescindere, e sapeva che se doveva avere una persona accanto a sé, non voleva un principe azzurro, anzi.

Un giorno Clelia si imbatté in uno strano personaggio. Diceva di fare il genio di professione. La faceva tanto ridere e lei stava così bene. Aveva solo tanta tanta paura di non essere più capace a emozionarsi nel modo giusto.

Poi una sera decise che un modo giusto non esisteva. Tutti sbagliano. E, anche se aveva tanta tanta paura, poteva essere forte abbastanza da superarla. Perché anche se aveva ricominciato a sorridere prima di incontrare il genio, ora sorrideva ancora di più. E perché smettere?

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