Recensioni

“L’artista” di Barbara A. Shapiro

Alizée Benoit è una ventenne francese trasferitasi a New York per studiare arte: è 7003258_1670997lontana dalla sua famiglia, ha pochi soldi e vive in un minuscolo appartamento. La sua vita ruota intorno alla sua produzione artistica, che in pochi sembrano comprendere e apprezzare, e all’affetto dei suoi cari, che desidera tanto riabbracciare. Potrebbe sembrare la storia di una ragazza qualunque nel mondo contemporaneo: in realtà, la storia di Alizée si svolge tra il 1939 e il 1940, in una New York appena uscita dalla depressione economica e spaventata dalle vicende europee. Tuttavia, è Alizée quella che ha più paura, dal momento che i suoi zii, il fratello e la cugina sono in Francia. E sono Ebrei. Man mano che i mesi trascorrono, le lettere che riceve dall’Europa si fanno sempre più cupe e Alizée comprende che è necessario far arrivare in America la sua famiglia. Inizia, allora, un lungo infruttuoso processo per ottenere dei visti, ma la situazione politica americana infrange le speranze della ragazza. I documenti per entrare negli Stati Uniti sono sempre più rari perché accogliere rifugiati significa, per alcuni, togliere posti di lavoro ai cittadini americani, per altri vuol dire far entrare nel Paese delle spie; inoltre, facendo entrare gli Ebrei a New York, si prenderebbe una posizione politica che potrebbe portare gli Stati Uniti in una  nuova guerra. A tutte queste argomentazioni, Alizée non oppone che un pensiero: “Salvate la mia famiglia”. Ecco perché entra a far parte dell’ANL, Americans for No Limits, un’associazione che si batte per spingere il governo a concedere più visti e salvare, così, i profughi ebrei.

La stessa energia inesauribile che la porta a cercare instancabilmente una soluzione per aiutare la sua famiglia la si ritrova in Alizée ogni volta che è di fronte ad una tela. La sua vocazione è l’arte astratta, perché le permette di esternare le sue emozioni senza limiti né restrizioni.

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Gli occhi della signora Roosevelt si accesero di interesse. “Cosa rende l’arte astratta così originale e piena di energia?”

Alizée fece un respiro. “E’ introspettiva, va in profondità molto più di un’opera figurativa che ritrae il reale così come appare. Non è facile da interpretare, né da realizzare, ma il risultato è strabiliante. E’ qualcosa di magico. E’ un’interpretazione di ciò che accade dentro di noi”. Si toccò il cuore. ” E lo porta all’esterno. L’esperienza più autentica della vita”.

La First Lady si bloccò. “Non capisco”.

Alizée tremava da l bisogno di esprimersi, di far capire a Eleanor Roosevelt ciò che le ardeva dentro. “Vogliamo arrivare a rendere il senso della vita. Le emozioni che condividiamo tutti. Le nostre caratteristiche comuni. La nostra vita interiore. O” aggiunse con un fil di voce, incapace di trovare le parole giuste, “fruibile”.

Io, che non sono mai stata in grado di apprezzare l’arte astratta perché mi è sempre apparsa lontana dalla mia sensibilità, leggendo L’artista, ho iniziato ad essere incuriosita e , soprattutto, a capire che può esserci una prospettiva nuova per comprendere opere che, onestamente, non ho mai preso in considerazione.

Uno degli elementi che più ho apprezzato in questo romanzo è la commistione di arte e storia, che si fondono nella persona di Alizée con dolore, passione e voglia di lottare. A questo proposito vorrei riportare un dialogo tra la protagonista e Mark Rothko di fronte a Guernica di Picasso.

guernica

Si fermarono davanti all’enorme dipinto, alto quasi tre metri e mezzo e largo sette e mezzo, come ipnotizzati. Un toro con gli occhi spiritati incombeva su una dona che stringeva il suo bambino morto. un cavallo era caduto in ginocchio, trafitto da una lancia. La mano mozzata di un soldato morto serrava ancora una sciabola. Un occhio malevolo rischiarava tutto ciò dall’alto, con una lampadina a mo’ di pupilla. Pugnali al posto di lingue. La coda del toro in fiamme. Una spada spezzata. Il soffitto della stanza che premeva, schiacciando le figure umane, gli animali e gli oggetti sottostanti. Schiacciano il cuore di Alizée. […]

Picasso, con neri, bianchi e grigi aveva creato un ritratto straziante dell’orrore di quella tragedia e degli orrori di tutte le guerre. Animali smembrati e corpi fatti a pezzi, che si contorcevano  in un’agonia palpabile, riempivano la tela in un’atmosfera da incubo. Quel dipinto la attraeva e la respingeva al tempo stesso, troppo terrificante e realistico da guardare, eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.

Guerra stupida. Uccisioni stupide. Sete di potere. Odio del prossimo. Sterminio di innocenti. La colpì come un pugno sferrato a tradimento. Babette aveva ragione: se Hitler aveva commesso azioni del genere in Spagna, poteva farlo anche in Francia. E ovunque. Dappertutto. Si lasciò cadere a peso morto su una panca.

Mark le si sedette accanto, con lo sguardo ancora rivolto al dipinto. “Bello” disse. “Non posso negarlo. Ma alla propaganda non spetta un posto nell’arte”.

“Non è propaganda” obiettò lei, con la voce roca, carica di lacrime non versate. Doveva procurarsi i visti.

“Anche se è vero, non vuol dire che non trasmetta un messaggio politico”.

Alizée si sedette più dritta. “Perché non può essere entrambe le cose? Un bellissimo quadro ma anche una provocazione?”

Mark si voltò a guardarla. “Non è da te”. “Perché dici questo?”. “L’arte politicizzata non piace neanche a te”. Incrociò le braccia. “Ma questo quadro mi piace”. Lui si strinse nelle spalle. “Non dovrebbe esprimere l’ideologia dell’artista. L’arte autentica deve esplorare l’anima, non la politica”.

“Ma Picasso usa la politica per esprimere quello che ha nell’anima” gli disse con più veemenza del voluto, e abbassò la voce. “Quello che gli sta a cuore. E’ un monito”.

Mi sono servita di questo estratto un po’ lungo perché credo esprima alla perfezione in nocciolo del dibattito. L’arte fine a se stessa o come veicolo di un messaggio? Quale ha più valore? Si tratta di un dibattito che coinvolge i critici da secoli e credo che una risposta valida per tutti sia difficile da trovare. Strumentalizzare l’arte, servirsene come un’arma porta a snaturare l’opera. Però, credo, quando in un quadro, o in una poesia, si riesce a cogliere l’anima dell’artista, la sua personalità, le sue idee, il tutto diventa più coinvolgente ed emozionante. Penso, ad esempio, a Marzo 1821 di Manzoni, uno dei componimenti che mi toccano l’anima per la vibrante intensità del richiamo all’unità nazionale. C’è forse meno arte in quest’opera perché trasmette un messaggio politico? Forse è l’equilibrio tra le due parti, tra un’arte fine a se stessa e un’arte utilizzata come mero strumento ideologico. Se l’opera esprime sentimenti, se li sa suscitare negli altri, allora, forse, ha raggiunto il suo scopo. Ma ci sarebbe così da tanto da dire sull’argomento, dal momento che ognuno avrà la propria opinione al riguardo.

_74811137_stlouisportholesantwerpgettyOltre a suscitare dubbi e a stimolare la riflessione su un argomento più accademico, se così lo vogliamo definire, la Shapiro ci pone davanti a un’altra questione: l’accoglienza dei profughi. C’è un episodio in particolare che viene riportato nel romanzo, quello che riguarda la tragica vicenda della nave St. Louis, giunta a Cuba, carica di Ebrei, ma rispedita indietro. La speranza di sfuggire ad un destino disumano si infrange, distrutta dalla paura degli uomini, dall’insensibilità e, sicuramente, anche dalla mancanza di conoscenza. Perché non concedere i visti? Le ragioni addotte dal governo americano, insufficienza di posti di lavoro, probabili spie che attentano alla stabilità del paese, sono adattabili alla situazione contemporanea. Veramente, il mondo non cambia mai. L’episodio della St. Louis, che confesso non conoscevo prima d’ora, mi ha colpita profondamente, lasciandomi con un terribile nodo in gola e una sola domanda: perché?

La ragione per cui L’artista è un romanzo riuscito risiede nel saper intrecciare temi e storie diverse. Sì, perché oltre al racconto delle vicende di Alizée, troviamo capitoli dedicati a Danielle, pronipote di Alizée e studiosa d’arte, intenta a scoprire come mai la sua prozia sia svanita nel nulla nel 1940. Ecco, allora, che alla trama si aggiunge una nota di mistero, che rende l’atmosfera ancora più cupa. Si avverte una sensazione di angoscia procedendo tra le pagine, l’angoscia del lettore che è l’angoscia di Alizée e quella di coloro che sono andati incontro ad una tragica fine.

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