Recensioni

“Eppure cadiamo felici” di Enrico Galiano

Fu questo l’errore di Psiche, capite? Pensare di portare la luce dove c’era il buio. Pensare di poter guardare Amore con gli occhi della ragione. Perché sono due mondi paralleli, non si devono incrociare, mai. Non puoi pensare di poter capire, di poter leggere e interpretare, dare spiegazioni logiche. Non lì. Da ogni altra parte, ma non lì.

7742622_2332708Gioia è una ragazza di diciassette anni con una storia familiare poco felice. Entrambi i suoi genitori sono degli alcolizzati, che si lasciano e si riprendono a intervalli irregolari. Il padre qualche volta picchia sua moglie. Quando Gioia si trasferisce con la madre e la nonna in una nuova città, nelle case popolari, il padre ancora non è tornato, ma lo farà a breve.

Gioia non ha amici, se non Tonia, la sua migliore amica immaginaria, alta sboccata e sempre sincera. Parla con lei a voce alta, anche in giro, anche quando altre persone possono sentirla. È consapevole che Tonia esiste solo nella sua testa, ma non le interessa: è esattamente l’amica di cui ha bisogno. Per il resto, Gioia fa molta fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Le sembrano tutti finti, egoisti, non sinceri. Pensa che ognuno di loro porti più o meno inconsapevolmente una maschera, e che si serva di sotterfugi per non rivelare al mondo la sua vera essenza. A Gioia non interessano queste persone, non trova nessun motivo plausibile per uscire dal suo isolamento.

Gioia vive nel suo mondo fatto di vecchia musica e domande filosofiche. L’unico essere umano con cui prova un po’ di sintonia, infatti, è il vecchio signor Bove, insegnante di filosofia. Personaggio assai singolare, insegna la sua materia con un estro che manca ai suoi colleghi. Gioia, vinta dalla timidezza, non osa mai alzare la mano per fare qualche domanda, anche se in realtà sono almeno un milione quelle che le frullano in testa. Allora aspetta il professore in cortile, ogni giorno gli fa una domanda sulla vita, la sua e quella degli altri. E ogni giorno il professore, sorridendo, le dà le risposte che lei vuole: non quelle semplici che risolvono le cose in un attimo. Quelle non esistono. Le dà le risposte che nascondono altre domande, che stimolano la sua curiosità.

Una sera, dopo aver litigato con i genitori, Gioia esce correndo da casa, senza fare attenzione a dove sta andando. Finisce nella veranda di un vecchio bar, chiuso. È lì che incontra Lo, un ragazzo misterioso, che gioca a freccette solo quando non c’è nessun altro in giro, che porta sempre una felpa scura con il cappuccio e che stringe in poco tempo un forte legame con Gioia. E sì, perché questa ragazza intelligente ma sola, questa strana creatura, diventa finalmente capace di interagire, diventa capace di amare. Ed è proprio per questo che, quando la sua storia con Lo verrà complicata da fatti gravissimi, più grandi di lei, di lui, di lei e di lui messi insieme, tutto il mondo sembrerà crollarle addosso. Ma sarà anche in quel momento che Gioia si risveglierà dal torpore in cui ha vissuto fino a  quel momento, scoprendosi capace di emozioni e sentimenti che non credeva potessero esistere. 

Eppure cadiamo felici è un libro apparentemente semplice, che ho letto in pochi giorni. La storia è sicuramente adatta a un pubblico di adolescenti, ma ha il pregio di avere dentro di sé elementi senza età, riflessioni che possono far parte della vita di tutti.

Gioia mi ha colpito fin da subito, perché mi ci sono immedesimata dalla prima pagina. Non sono mai stata bullizzata, come è successo a lei, né per mia fortuna ho avuto una storia familiare tragica quanto la sua. Però la sua solitudine l’ho vissuta anch’io. La sensazione che nessuno al mondo sia in grado di capirti è molto comune nell’adolescenza, ma io l’ho vissuta fino a poco tempo fa, e ci sono momenti in cui la sento ancora viva dentro di me.

Il problema di Gioia è in parte l’incomunicabilità, il sentire che ognuno parla un linguaggio diverso, il suo, senza preoccuparsi di entrare davvero in contatto con le altre persone. Questo porta tutti a servirsi di inutili sotterfugi, di giochetti, come li chiamo io: dico questo anche se penso quello, gli dico a così lui pensa che io stia pensando b, eccetera eccetera. Secondo Gioia, e non posso che essere d’accordo con lei, sarebbe tutto molto più semplice se ognuno di noi si mostrasse semplicemente per quello che è, se ognuno parlasse apertamente, pur nel rispetto dell’altro. È ovvio che brilla un sentore utopistico in queste affermazioni, ma almeno crederci, almeno pensare che sia possibile, spinge a comportarsi in un altro modo.

Provate a contare quante bugie dite in un giorno, anche quelle piccolissime, anche quelle a fin di bene. Provate a contare le volte in cui non dite quello che pensate. Provate a contare le volte in cui giocate con la mente della persona di fronte a voi, anche con buonissime intenzioni. Non dico che tutte queste cose siano sbagliate a prescindere. Penso semplicemente che un po’ più di sincerità non farebbe proprio male. Sono una romantica idealista, cosa volete farci.

In ogni caso, il romanzo mi è piaciuto molto. Scorre meravigliosamente, commuove e coinvolge dalla prima all’ultima pagina. Si presta probabilmente a livelli di lettura diversi, a seconda dell’età del lettore, ma può essere apprezzato da tutti. In questo momento, però, lo consiglio alle ragazze deluse dall’amore: è vero che il principe azzurro non esiste, ma è anche vero che non sono tutti stronzi. Solo alcuni.

 

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