Racconti

L’ombra

Sono sveglia?

Sto dormendo?

Vedo me stessa guardarmi e sono terrorizzata. Paralizzata. Nel letto, immobile, le braccia rigide lungo i fianchi, i denti serrati, la lingua impastata, gli occhi tanto aperti da far male. Un’ombra incombe su di me. Sono io?

Sembra il mio viso, ma un ghigno demoniaco mi deforma i tratti. È un’ombra dagli occhi fiammeggianti, le iridi rosate, le palpebre livide.

Boccheggio.

È lo spettro dei miei peccati, delle mie colpe?

Sento solo il suono del vento che entra dalla finestra e quello del mio cuore che batte. Tum tum. Tum tum. Veloce, ma regolare.

Mi guardo. Quanta paura può contenere il corpo umano? Quanta tensione possono sopportare i muscoli, i tendini, le ossa? Posso stringere i pugni fino a spezzarmi un dito? Sento che posso farlo.

L’ombra si muove lentamente intorno a me. Indica un oggetto sul mio comodino. Il cellulare.

Quanto mi preoccupa il cellulare. Pensare che quel messaggio che ho mandato potrebbe non ricevere risposta, pensare che nessuno si preoccupi di cercarmi, pensare che in un oggetto così piccolo e insignificante si possano riversare così tante emozioni. Combattono dentro di me la voglia di sollevarlo per controllare se qualcuno mi ha scritto e la paura di vedere lo schermo vuoto. Il terrore irrazionale di trovare sullo schermo un avviso personalizzato: “Francesca, nessuno ti sta cercando. Mettiti il cuore in pace e rassegnati. Sei sola. Povera stupida ingenua.”

Ma tanto non posso muovermi. È l’ombra a farlo. È più concreta di quanto pensassi: prende il cellulare al posto mio, sblocca lo schermo e mi mostra il messaggio che vi è comparso: “Francesca, nessuno ti sta cercando. Mettiti il cuore in pace e rassegnati. Sei sola. Povera stupida ingenua.”

È un incubo. Vi prego, svegliatemi.

Oblio.

Ore di sonno agitato. Mi giro, mi agito. Sudata, mi sollevo di colpo. Mi manca l’aria. E la mia ombra è lì di fronte a me, sul mio letto, in ginocchio. Mi si avvicina, sensuale, perversa. Il suo sguardo mi attraversa. Ho un buco al centro del petto più buio di quelle notti spaventose di tempesta.

Vuoi fare l’amore con me?

Mi chiede.

Che cosa stai dicendo?

Vuoi fare l’amore con me?

Comincia ad accarezzarmi. Ho paura, ma non riesco ad allontanarmi. Il suo tocco è bollente, ma ustiona come il ghiaccio.

Sono l’unica a volerti.

Piango, e mi odio per questo. E mi odio mentre annuisco e mi lascio andare, e mi lascio prendere dall’ombra, e sono sua in un amplesso perverso che mi dà la nausea. E sto così male che comincio a delirare. Mi vedo riflessa nei miei stessi occhi, nuda, indifesa.

È una notte senza luna e io divento polvere. Divento cenere. Consumata da un incendio che ho vomitato io stessa.

Urlo.

Ma tanto nessuno può sentirmi.

Un sonno liquido mi avvolge un’altra volta. Mi sveglio(?) Sento il tocco gelido bollente della mia ombra tra le lenzuola. Mi lascio abbracciare, in un’imitazione grottesca della tenerezza che mi rende sempre più fragile.

Mi ha deriso. Lui mi ha deriso. Ho ottenuto questa ricompensa per la mia sensibilità: una becera presa in giro. Una sequela di messaggi cattivi, poveri, ignoranti. L’ho immaginato sorridere mentre mi scriveva che sono solo una bambina viziata, immatura e melodrammatica. Che i miei sentimenti non valevano niente. L’ho immaginato mentre con una birra in mano raccontava ai suoi amici di quanto fosse stato facile venire a letto con me e poi fare finta di non avere più tempo. Fino a chiudere con me usando solo bugie, solo parole meschine.

Sono cose che capitano, è vero. Ma io ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti. E mi sono fatta male, questa volta.

Dopo, quando ho realizzato che era tutto finito, mi sono sentita esposta, con la carne viva ben visibile. Senza la pelle a proteggermi. Toccata con violenza dove dovrei solo essere accarezzata.

E ripenso a questo mentre cerco di dormire. O di svegliarmi. Cerco di capire dov’è finito il confine tra sonno e veglia.

Di nuovo sono rigida, paralizzata. Fisso la mia ombra che rotola nel mio letto, ride e ride e ride. Si prende gioco di me. E io palpito.

Avrò un’altra possibilità? Sono capace di essere amata?

Urlo.

Questa volta qualcuno mi sente. La mia ombra. La prendo per il collo e le urlo in faccia. Mi ha sminuita per anni. Mi ha nascosta, ha impedito i miei movimenti. Mi ha fatto credere di non valere niente, che era lei l’unica capace di prendersi cura di me. La mia ansia.

Ma io le sto urlando in faccia. Mi sveglio, questa volta per davvero. I suoi occhi rossi sono un’immagine che ancora mi tormenta, ma che svanirà.

Una furia si impossessa di me. Scendo dal letto inciampando, cadendo. E mi precipito fuori.

Aria.

Inspiro profondamente. E mi sento viva, libera.

Capisco che solo esponendo i miei lividi al sole posso farli scomparire. Che saranno altre carezze a cancellare quelle urticanti della mia ombra. Capisco che in mezzo al petto, oltre a quel buco gigantesco, quella voragine, ho tutta la forza di cui ho bisogno per stare in piedi da sola. E che nessuno, ma proprio nessuno, è autorizzato a determinare il mio valore.

Ed è lasciando che la mia pelle sia accarezzata, annusata, baciata di nuovo che realizzo quanta bellezza sia nascosta dentro di me. Lasciarla uscire è faticoso quanto nuotare contro corrente. E devo ancora combattere ogni ora del giorno perché la mia ombra non torni a possedermi.

Ma ora conosco il mio nemico.

Dormo. Un suono fuori dalla finestra mi sveglia. Mi giro e vedo una schiena, una spalla, la curva del collo, la testa. Mi avvicino e sfioro quella pelle prima col naso, poi con le labbra. Appoggio la guancia, abbraccio. Sospiro. Non importa dove andrò, ora sono qui.

Chiudo gli occhi.

Dormo.

 

(Questo racconto è stato scritto per il concorso letterario Esprimitu)

7 risposte a "L’ombra"

  1. Bravissima Francesca! È per me, ancora una volta la conferma che il tuo talento nella scrittura sarebbe vano se non fosse supportato da una grande sensibilità e capacità di guardarsi dentro. Sono molti i tuoi talenti…..e son certa che ti daranno grandi soddisfazioni. Con tutto il cuore Anna

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