Recensioni

“Il figliolo della Terrora” di Silvia Cassioli

Da una settimana all’altra nell’impegno di mantenere le cose uguali a come erano prima si finiva con l’introdurre qualcosaltro che pure bisognava mantenere mettendo a repentaglio quello che c’era. Quando, di botto, si faceva la scoperta di qualcosa che nonostante tutto era sfuggito. Era il passato.

Ho iniziato a leggere questo libro senza avere idea di cosa parlasse; mi era stato consegnato a scatola chiusa (ne ho parlato qui) e l’ho affrontato leggendo a malapena la trama. Ha sempre un suo fascino leggere i libri in questo modo e generalmente preferisco fare così che non leggere prima venti recensioni. È un atto di fiducia e di coraggio, è come partire per un viaggio senza conoscere la destinazione.

Il mio viaggio mi ha portata nella campagna toscana e poi a Milano, sulle orme della vita di Omero, il figlio della Terrora del titolo. La Terrora è Rosina, donna di polso, pratica, affezionata alla sua famiglia, ma anche ai suoi valori, come una leonessa feroce. Non esita un secondo a prendere la parte dei più deboli, non ha paura di fare la voce grossa quando nella fabbrica in cui lavora si verifica un incidente mortale a danno di una giovanissima operaia.

E poi nasce Omero. Fin da subito la Terrora capisce che non è un bambino adatto a imparare il lavoro del padre, che ripara veicoli per l’agricoltura. Omero ama studiare, è di salute cagionevole, passa tutto il tempo con la madre o con gli animali. Quando il Cricche, il padre, capisce che, dopo la nascita di una figlia femmina, non arriveranno altri maschi, vorrebbe comunque tenerlo con sé. Ma Rosina si impone e alla fine lo manda a studiare a Firenze.

Omero studia filosofia e diventa professore. Capiamo da subito che la madre aveva ragione, che non avrebbe potuto rimanere a lavorare con il padre. E quello che ho capito io, dato che convivo da quasi due anni con un filosofo, è che non avrebbe potuto studiare altro.

Omero ha tutta una sua serie di fisse. Ma, soprattutto, ha un modo di ragionare tutto suo. Ciò che ho trovato davvero straordinario di questo romanzo è l’uso del linguaggio. Tutta la vicenda è raccontata in terza persona, ma Cassioli riesce a farci entrare comunque nella testa e nel cuore dei protagonisti attraverso cambi di registro e di lessico che riesci a cogliere nella loro complessità man mano che vai avanti nella lettura.

All’inizio l’autrice ti catapulta nella campagna senese con l’uso dell’italiano dialettale; si passa poi alla lingua colta, cavillosa, filosofica appunto, di Omero, attraverso la quale si raccontano i suoi processi mentali e la sua visione del mondo. E Omero è anche l’unico personaggio che sembra rendersi conto, in un passaggio che sa quasi di metaromanzo, di questa oscillazione tra linguaggi diversi. Durante il pranzo di Natale con la sua famiglia e quella della moglie, Viola, si rende conto che, pur avendo intrapreso un percorso che l’ha separato dalle origini, che l’ha, dal suo punto di vista, elevato, la sua matrice, il suo sangue e quindi la sua parola sono e saranno sempre irrimediabilmente legate alla terra in cui è nato:

Solo che con la Luciana non gli riusciva di parlà. Con quei discorsi tuttappiccicati gli pareva ogni volta di non contà più niente, di farsi azzerà d’un colpo l’Omero intero che aveva costruito fin lì. E gli Hegel, le filosofie della storia, le fenomenologie dello spirito e i lineamenti di diritto… tutto raso a zero.

Luciana è la sorella di Omero che, al contrario di lui, è rimasta a vivere dove è nata e lì ha formato una famiglia. Il riferimento di Omero, quando parla di “discorsi tuttappiccicati”, è proprio alla lingua dialettale che parlava sua madre e che parla ancora la sua famiglia; la lingua che l’ha cresciuto. Lui ha scelto di prendere le distanze, ma non può e non riesce a dimenticarla, gli viene fuori quasi contro la sua volontà quando è di nuovo a contatto con il padre, la sorella, la zia. E sente che questa lingua lo decostruisce dall’interno, gli cancella dal corpo, dalla testa, dalla lingua l’Omero che lui si è costruito, riportandolo bambino.

Il romanzo ha anche altri registri linguistici interessanti: uno di Giglia, uno di Viola. Giglia è per Omero una specie di primo amore. È una ragazza imprevedibile, scostante quasi fino alla freddezza, selvatica, ma anche enigmatica. Il rapporto tra i due è irregolare e passionale, a tempo determinato fin dall’inizio. Viola è la sorella di Giglia e diventa presto anche la moglie di Omero.

Viola è, a mio parere, il personaggio più interessante del romanzo. È una donna intelligente; laureata in Lettere, è l’orgoglio della madre quando vince il concorso e diventa insegnante. Come purtroppo succedeva molto spesso, Viola lascia il lavoro quando si sposa. Si sente inferiore al marito, ma non lo ammette mai esplicitamente. Lo capiamo dal suo volersi muovere sempre al buio, dal suo parlare a bassa voce per non disturbare Omero che lavora, dal suo abbandonare quasi la sua intelligenza dedicandosi alla lettura di riviste superficiali, quando, ed è il marito a dirlo, potrebbe leggere trattati di filosofia. Viola sembra sempre stupita dal mondo, perché se ne tiene lontana. È come una bambina che vede per la prima volta il mare, ma ha troppa paura per avvicinarsi e entrarci. Quasi involontariamente, ci regala la sua visione del matrimonio:

Dio, il letto era diventato un posto così strano. I suoi pensieri emanavano da lì come dalla bocca infuocata di una fornace. Che il matrimonio servisse a questo, a dare una parvenza di normalità a una situazione pazzesca?

Sembra quasi che Viola non riesca a capacitarsi che la sua vita sia reale. In quest’ottica, il matrimonio ha una funzione normalizzatrice, come un’ancora che la tiene nel mondo terreno. E il letto è una fornace, un forno in cui lei mette i suoi pensieri crudi, imperfetti, volatili, pensieri che le vengono poi restituiti cotti a puntino, pronti per il mondo, realizzati nel senso etimologico del termine. La “bocca infuocata” fa un po’ paura, ma è anche inevitabile.

Il figliolo della Terrora di Silvia Cassioli (Exorma Edizioni) è un romanzo solo apparentemente semplice, ma che porta in sé tanti livelli, stratificazioni, interpretazioni diverse. Leggendolo mi sono emozionata e commossa, ma ho anche tanto riflettuto sui rapporti umani, su ciò che lega le persone tra loro e, soprattutto, sullo scarto che spesso sentiamo tanto fra l’immagine che ci costruiamo di noi stessi e ciò che siamo davvero, quanto fra l’idea che gli altri hanno di noi e quella che ci siamo fatti di noi stessi. Forse sono proprio questi i temi fondanti del libro, questi due rapporti tra idee e costruzioni di noi e degli altri. E in un certo senso è proprio Omero a parlarcene, a porsi questo interrogativo a modo suo, cogliendo l’occasione della telecronaca di una partita della Fiorentina per dissertare sulla relazione tra reale e possibile, tra quello che è e quello che può essere:

Ascolta. Questa è fantastica: non dicono che una cosa è accaduta, ma che ha avuto la possibilità di accadere. Questo è il senso della possibilità per loro: una cosa esiste solo se l’hai già fatta. Capito la possibilità? Solo la realtà è possibile per sti qua!

Cosa siamo davvero? Cosa possiamo essere? Ci sono altre realtà possibili oltre a quella che stiamo vivendo ora? Penso che si potrebbe andare avanti a porsi domande di questo tipo all’infinito. Questo romanzo non dà risposte certe, esplora delle possibilità. E se risiedesse proprio nelle infinite possibilità l’essenza di ciò che è reale?

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