Giovani Lettori · Recensioni · Riflessioni

“The Hate U Give” di Angie Thomas

Quando avevo dodici anni, i miei genitori mi fecero due discorsetti.

Uno era il solito sulle api e i fiori. […] L’altro discorso era su come comportarsi se fossi stata fermata da un poliziotto.

Mamma sosteneva che fossi ancora troppo piccola, invece papà rispose che non ero troppo piccola per farmi arrestare o sparare.

“Starr-Starr, devi fare tutto quello che ti dicono di fare” mi disse. “Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata”.

Mi resi conto che doveva essere una faccenda seria. Mio padre ha la lingua più lunga di chiunque io abbia mai conosciuto, e se proprio lui mi diceva di stare zitta significava che dovevo stare zitta.

Starr è una ragazzina di sedici anni che vive a Garden Heights, un ghetto (immaginario) di una città americana. Per offrirle un futuro migliore, lontano dalle lotte tra gang, sparatorie e droga, i genitori l’hanno iscritta alla Williamson, una scuola privata in un quartiere “pulito”. Starr, quindi, si trova tesa tra due vite che cerca di tenere separate. Fino alla sera della festa.

A quel party la ragazza ritrova Khalil, vecchio amico d’infanzia e decidono di tornare a casa insieme. Sulla strada, la loro macchina viene fermata da una volante della polizia. Gli agenti li fanno scendere. Un gesto di troppo ed è un attimo: Kahlil viene colpito da un proiettile e muore sotto lo sguardo terrorizzato dell’amica.

L’esistenza di Starr si capovolge completamente, è rimasta traumatizzata da un evento che non riesce a spiegarsi. Perché è successo? Il dolore per Kahlil, la rabbia per i pregiudizi che ogni giorno è costretta a subire sulla propria pelle, il desiderio di vivere in mondo migliore piano piano risvegliano in lei una nuova consapevolezza. L’esigenza di raccontare la verità per ottenere giustizia la guida verso le scelte che si trova costretta a compiere, nonostante tutti i dubbi e le paure che si agitano in lei.

Con il sostegno della famiglia, degli amici e del suo ragazzo Chris, Starr cercherà un modo per unire le sue vite, per far sentire la sua voce e trovare il coraggio di essere se stessa.

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Il titolo di questo romanzo è tratto da una canzone di Tupac, The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, cioè “L’odio che rovesciamo sui bambini fotte tutto”. Sul significato di questi versi Starr e Kahlil stanno discutendo prima di essere fermati dalla polizia. Per il ragazzo significa che “ciò che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo”. Eppure, dopo tutto quello che affronta, Starr arriva a dare un significato diverso alle parole di Tupac: se semini odio, continui a ottenere odio, se agisci con violenza continuerai a vivere in un mondo violento. E ingiusto.

Affinché le cose cambino, bisogna parlare, mostrare al mondo che non possono esserci differenze tra gli uomini, ma che a tutti devono essere date le stesse opportunità per costruirsi un futuro. Il dialogo tra Starr e suo padre, di una semplicità e profondità sorprendenti, analizza la questione della disparità sociale e del ruolo che le minoranze continuano a ricoprire. Credo che sia una delle pagine più belle del romanzo.

L’aspetto della storia che più mi ha colpita è la sensazione di impotenza di fronte ad eventi inesplicabili. Com’è possibile prendersi una pallottola rientrando da una festa? Com’è possibile vivere nella paura di ciò che ti può succedere a causa del colore della pelle? Com’è possibile che la vita di una persona dipenda da un pregiudizio?

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Angie Thomas mi ha gettata di peso in una storia drammatica, che per molte persone rappresenta la quotidianità. Non voglio dire che prima ignorassi il problema del razzismo negli Stati Uniti, ma con questo libro ho avuto modo di riflettere sulla questione in maniera più profonda, anche notando le differenze con il razzismo che c’è in Italia. Perché siamo onesti, il problema del razzismo c’è anche da noi ed è disgustoso vedere come diventi base di propaganda politica.

Credo, quindi, che sia necessario essere più consapevoli della realtà che ci circonda, capire che molti esseri umani sono vittime di discriminazioni e non possiamo fare finta di niente perché pensiamo che non ci riguardi.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, scriveva Terenzio in una sua opera: “sono un uomo, niente di ciò che è umano lo considero a me estraneo”. Basta una frase, un piccolo gesto, il coraggio di indignarsi e dire no per cambiare la realtà. Educare i più piccoli al rispetto, che sembra una frase fatta, ma è la chiave di una società civile, la strada che io, in quanto insegnante, posso intraprendere accompagnando gli alunni che incontrerò.

Invito caldamente a leggere questo romanzo, non solo i più giovani (ai quali è principalmente rivolto essendo uno Young Adult), ma tutti quanti. Angie Thomas ha trovato il modo di arrivare a moltissime persone, sensibilizzandole su un tema importante e tragicamente attuale. Questo è anche un modo di protestare e risvegliare le coscienze.

Eppure credo che un giorno le cose cambieranno. Come? Non lo so. Quando? Non ne ho idea. Perché? Perché ci sarà sempre qualcuno pronto a lottare. E forse ora tocca a me. Stanno lottando anche altri, perfino a Garden Heights, dove a volte sembra non ci sia molto per cui valga la pena di farlo. La gente sta prendendo coscienza e gridando e marciando e pretendendo. Non sta dimenticando. Penso che questa sia la cosa più importantante.

Khalil, io non dimenticherò mai.

Non mi arrenderò mai.

Non starò mai zitta.

Lo prometto.

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