Attualità · Recensioni

“Il morbo dei dottori” di Sherwin B. Nuland

Semmelweis osservò tutto questo, durante quei primi quattro mesi, e, pur essendo appena agli inizi della sua carriera, sapeva che nessuna delle spiegazioni offerte era sostenibile. Ricoverare nei letti della prima divisione donne in salute della sua età o più giovani […] e poi vederle ammalarsi e morire sotto i suoi occhi increduli nel giro di pochi giorni, fu la tragica iniziazione nella confraternita degli ostetrici.

Se il 20 marzo avete aperto Google, probabilmente avete visto il doodle dedicato a Ignác Semmelweis, considerato come il primo scienziato ad aver capito l’importanza di una corretta igiene per prevenire malattie e infezioni. Il libro Il morbo dei dottori. La strana storia di Ignác Semmelweis di Sherwin B. Nuland (Codice Edizioni, tradotto da Giuliana Picco) racconta proprio di come, a metà del XIX secolo, il medico ungherese, che fu nominato assistente di ostetricia proprio il 20 marzo 1847, arrivò alla celebre scoperta.

Perché “strana storia”? Perché la scoperta di Semmelweis fu non solo ignorata, ma anche derisa, distorta e incompresa. Lo stesso autore del libro, tuttavia, mette in guardia dal vittimizzare completamente il protagonista del suo libro. Semmelweis, infatti, fu sì incompreso, ma la responsabilità di questa incomprensione in parte è da attribuire a lui stesso.

Semmelweis entrò a far parte del reparto di ostetricia dell’ospedale di Vienna, l’Allgemeines Krankenhaus, perché gli era stato rifiutato un altro posto da lui desiderato; l’ostetricia, all’epoca, era l’ultima scelta per i brillanti neolaureati in medicina. Semmelweis, tuttavia, non si scoraggiò, anzi, si impegnò con passione, zelo e meticolosità al suo lavoro.

Fu così che cominciò ad accorgersi che il numero di donne morte per febbre puerpuerale era maggiore nella prima divisione di ostetricia, piuttosto che nella seconda. Qual era la differenza tra le due? Semplice: nella prima lavoravano i medici e i loro assistenti, nella seconda le ostetriche. Ma per quale motivo le donne ricoverate nella divisione occupata dai medici avevano molte più probabilità di ammalarsi di febbre puerpuerale e, nella maggior parte dei casi, morire insieme ai loro figli appena nati?

Semmelweis scartò tutte le teorie in voga in quel momento: dall’ipotesi che fosse il latte materno a spostarsi dalla sua sede e marcire, a quella che correlava la malattia a dei miasmi cattivi che il medico si portava dietro, a quella di un’epidemia, e a molte altre. Arrivò alla soluzione grazie alla sua incredibile capacità di osservazione e analisi, memore dei suoi studi di anatomia patologica.

Osservando non solo i casi di febbre puerpuerale, ma anche altri casi in cui l’infezione sembrava spostarsi da un corpo all’altro, capì che erano proprio i medici a causare alle donne quella terribile malattia. Era abitudine condivisa, infatti, all’epoca, iniziare la giornata con le autopsie, il metodo di studio e insegnamento più utilizzato. In questo modo, un medico che alle 9 effettuava un’autopsia su una donna morta per febbre puerpuerale, alle 10 era in corsia pronto ad accompagnare al parto un’altra paziente. A noi sembra ovvio e scontato, ma a nessuno veniva in mente di cambiare lenzuola o bende sporche, tanto meno di lavarsi le mani. Agli occhi del medico risultò evidente che qualche “particella” infetta rimaneva sulle mani di coloro che andavano poi a operare in corsia; capì anche, in seguito, che non era necessario passare per la sala delle autopsie. Bastava che un dottore, un’infermiera o un assistente toccassero qualcosa di infetto, che fosse un’altra donna malata o una benda piena di pus, perché la malattia fosse trasmessa.

Semmelweis era sicuro di aver trovato la soluzione alle tante morti che avvenivano non soltanto a Vienna, ma in tutta Europa. Impose così nel reparto misure drastiche: lavaggio e cambio delle lenzuola per ogni paziente, sterilizzazione degli strumenti e, soprattutto, l’obbligo di lavarsi le mani con una soluzione di cloruro quando si passava dalla sala della autopsie al reparto, ma anche tra una paziente e l’altra. I risultati di videro in fretta: il numero di morti calò drasticamente.

Quando finì il suo periodo come assistente, Semmelweis era però così impopolare che non gli fu rinnovato il contratto. In pochi lo sostennero e si convinsero della bontà delle sue idee. Perché? In parte perché lui stesso si rifiutò di pubblicare su riviste specializzate o in un libro la sua scoperta; in parte per il suo temperamento, che con gli anni divenne sempre più irascibile.

Nell’ultima parte del libro si racconta la sua vita a Budapest e si chiariscono le cause profonde del suo carattere intrattabile. La sua fine fu ingiustamente ingloriosa e ancora oggi il suo nome non è ricordato quanto dovrebbe. Sono stati però anche questi mesi di chiusura forzata, di malattia, di paura, a farcelo tornare in mente. Da quanto ho letto la sua storia, guardo con altri occhi tutti gli spot pubblicitari che mi ricordano di lavare le mani per prevenire la diffusione del Covid 19. Perché è un gesto che oggi ci sembra normale e ovvio, quando in realtà è una scoperta piuttosto recente nella storia dell’uomo.

Il morbo dei dottori è un saggio con andamento narrativo, scorrevole ed estremamente interessante. Io sono da sempre affascinata dalla storia della medicina, più che dalla medicina stessa, e questo libro è pane per i miei denti. Lo consiglio a tutti i tipi di lettori. Oltre a riconsegnare giustamente alla contemporaneità la figura di un medico che ha innescato un cambiamento fondamentale per la vita degli essere umani, è una fonte di riflessione per quello che sta succedendo oggi nel mondo; dà un punto di vista diacronico alla malattia e ci fa uscire per un attimo dalla convinzione che tutto quello che abbiamo oggi, gli ospedali, i medici, i vaccini, le medicine, le infermiere e gli infermieri, siano dovuti, scontati. Sono una conquista; vanno riconosciuti e rispettati. Quelli di oggi, come quelli di ieri. Spero che quelli di domani avranno più riconoscimento di quanto ne ha avuto, quasi duecento anni fa, Ignác Semmelweis.

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