Recensioni

“Compulsion” di Meyer Levin

Se cercate la parola Compulsion sull’Oxford Dictionary troverete due significati:

1. strong pressure that makes somebody do something that they do not want to do

2. a strong desire to do something, especially something that is wrong, silly or dangerous

Il romanzo omonimo, scritto nel 1956 da Meyer Levin, racconta la storia di Nathan Leopold e Richard Loeb, che nel 1924 uccisero senza un motivo preciso un ragazzo di 14 anni, con l’intento di compiere il delitto perfetto. Il libro non è solo un resoconto dei fatti, ma anche una riflessione sulla natura umana e sulla giustizia e, nel cercare di dare una spiegazione al crudele atto dei due assassini, propende a volte verso il primo significato del titolo, a volte verso il secondo, cercando un equilibrio forse impossibile.

Leopold e Loeb

Nella finzione romanzesca i due ragazzi, che all’epoca del delitto avevano 18 e 19 anni e facevano parte di famiglie molto ricche, si chiamano Artie e Judd, e la loro storia è raccontata da un narratore interno, Sid, che oltre ad essere compagno di università e quindi conoscente diretto dei protagonisti, è anche uno dei giornalisti che racconterà la vicenda. Non solo: grazie a quello che lui stesso descrive, minimizzandolo, come un colpo di fortuna, Sid aiuta la polizia a indirizzarsi verso Artie e Judd, quando le indagini stavano andando in tutt’altra direzione.

La scelta dell’autore di affidare la narrazione a un personaggio che fa anche parte della storia raccontata è interessante e deve essere tenuta presente mentre si va avanti con la vicenda; tutto quello che viene raccontato, infatti, è filtrato dal suo punto di vista e dal suo tentativo di dare una spiegazione a quanto successo. C’è un momento in particolare che può aiutare a comprendere la chiave di lettura del narratore:

… fu proprio a partire da quel momento, credo, che sarebbe cresciuta in me la sfiducia nella sincerità delle persone che rappresenta ormai un profondissimo segno dei nostri tempi. Che cosa si può capire di una persona guardandola semplicemente in faccia, negli occhi? Come si può essere certi di qualcosa nelle relazioni tra esseri umani?

Questa riflessione, che Sid fa quando ancora gli autori del delitto non sono stati scoperti, è la lente attraverso cui lui vede la storia di Artie e Judd quando la racconta. In poche righe, l’autore ci fornisce la sintesi di come ha voluto mostrarci l’assassinio: il romanzo è una lettura soggettiva di un fatto di cronaca, il tentativo di spiegarlo, ma senza mai arrivare a una conclusione certa. Sid ci dice sì che ormai non ha più fiducia nelle persone, ma lo fa con esitazione, dice “credo”, e in una parola si racchiude l’atmosfera di tutto il romanzo.

Il delitto è spaventoso, crudele, scuote l’opinione pubblica così tanto che si invoca per le strade la pena di morte per i due assassini.

Era come se quel giorno il delitto avesse aperto una piccola crepa nella superficie del mondo, attraverso la quale potevamo intravedere un male che ancora doveva emergere.

Il romanzo è diviso principalmente in due parti: nella prima si racconta il delitto vero e proprio, e il narratore cerca di assumere il punto di vista di Artie e Judd. Immagina i dialoghi fra i due, racconta delle loro giornate, delle loro famiglie, della relazione che hanno. Nella seconda parte il focus è invece sul processo, con ampie digressioni sul significato di giustizia e di infermità mentale.

Le foto segnaletiche dei due assassini

I due blocchi narrativi sono separati fra loro da un momento di assoluto buio, dalla scoperta della possibilità per l’uomo di uccidere un altro essere umano senza alcun motivo apparente:

Era un delitto maturato nel vuoto, in un perfetto e gelido nulla, nella totale assenza del benché minimo movente. […] L’assoluta novità, per noi, era l’ingresso nell’oscura e immensa regione della morte intesa come astrazione.

La confessione dei colpevoli provoca uno shock: possibile che l’abbiano fatto davvero come esperimento, per provare a se stessi e al mondo di essere in grado di compiere il delitto perfetto? Questa possibilità scuote profondamente il narratore e in generale tutti coloro che si stanno occupando della vicenda e costituisce il perfetto intermezzo tra la prima parte del romanzo, che è solo apparentemente (e vi spiego fra poco perché) la cronaca dei fatti, se pur da un punto di vista soggettivo, e la seconda, che tenta di darvi una spiegazione attraverso il processo e l’impiego di tecniche allora ancora nuove.

I due imputati in aula con il loro avvocato, Clarence e Darrow

All’epoca la psicanalisi, infatti, muoveva i primi passi; quelli che venivano ancora chiamati alienisti erano coinvolti nei processi giudiziari, ma non avevano la stessa autorità e credibilità che potrebbero avere oggi. Durante la preparazione del processo, vengono impiegati sia dall’accusa, sia dalla difesa, nel secondo caso con la speranza di evitare per i due assassini la pena di morte.

Grazie al rapporto degli specialisti di salute mentale, si tenta di dare una spiegazione possibilmente razionale a quello che sembrava soltanto un atto crudele e immotivato. Si va a scavare nel passato e nella psiche di Artie e Judd, con l’obiettivo di ricondurre l’omicidio ai disturbi di cui i due ragazzi soffrono. Andando a rileggermi alcune parti del romanzo dopo averlo terminato, mi sono accorta che le conclusioni finali degli psicanalisti sono disseminate come piccoli indizi lungo tutta la narrazione. Nonostante il libro non possa essere definito come un giallo vero e proprio, perché si sa fin dall’inizio come è stato compiuto il delitto e chi sono i colpevoli, i meccanismi classici del romanzo giallo sono impiegati per proporre al lettore l’interpretazione psicologica dell’assassinio, che viene ricostruita durante e dopo il processo, ma che è già presente in nuce nella prima parte del libro, in frasi che solo alla fine il lettore collega fra loro. Ecco perché prima ho detto che si tratta solo in apparenza di una mera cronaca: se si fa attenzione, la seconda parte del romanzo è già perfettamente contenuta nella prima.

I temi toccati sono tanti. Si parla di infermità mentale e di come debba essere considerata, soprattutto in ambito giudiziario. Può essere un attenuante? L’infermo è forse meno colpevole se ha agito a causa del suo disturbo? Ma che cosa significa davvero “infermità mentale”?

Leopold e Loeb in carcere

Si tocca anche, brevemente, un argomento sempre attuale: come mai, in certi momenti storici, un folle è stato in grado di contagiare un’intera popolazione, spingendola a seguirlo?

Ma Compulsion non è solo importante per i suoi temi; rappresenta, a mio parere, una grande lezione di scrittura, per i motivi di cui ho già parlato: l’utilizzo di un narratore interno per dare una specifica chiave di lettura al romanzo e gli indizi “psicologici”, in particolare. È un libro così avvincente da apparire meno complesso di quello che è, e anche questo è un grande pregio.

Facendo qualche ricerca dopo averlo terminato ho scoperto che nel 1959 ne è stato tratto un film, con Orson Welles nel ruolo del grande avvocato difensore. Mi incuriosisce molto e spero di riuscire a guardarlo presto.

Intanto vi consiglio fortemente la lettura di questo libro e vi invito a condividere, se ne avrete voglia, le vostre riflessioni e interpretazioni di una vicenda che, probabilmente, ne contiene migliaia diverse.

4 pensieri riguardo ““Compulsion” di Meyer Levin

  1. Ciao Francesca, interessante questo libro,mi stai invogliando a leggerlo… 🙂
    Mentre leggevo pensavo al fatto che durante il biennio, al liceo la prof di inglese ci fece leggere un libricino con una serie di casi accaduti nei primi del Secolo scorso, il XX, non il XIX, e probabilmente si parlava anche di Leopold e Loeb. Purtroppo ora non posso verificare, perché il libro lo dimenticai a casa di amici, e non posso recuperarlo…
    Ti auguro una felice serata. 🙂

    Piace a 1 persona

      1. La notte porta consiglio… Infatti questa notte, alle 2.00 circa, mi sono ricordato il titolo del libricino in inglese: il titolo è “Murder most English”, ma nonn so dirti se sia ancora in commercio. Buona giornata! 🙂

        "Mi piace"

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