Recensioni

“La Gang del pensiero” di Tibor Fischer

Porta via del denaro, ma dove va a finire? In una banca. Come l’acqua, il denaro è intrappolato in un ciclo, si sposta di banca in banca. Noi gli facciamo prendere un po’ d’aria.

Ci sono quei momenti, nella vita di un lettore, in cui si ha voglia di sperimentare. Di leggere qualcosa fuori dagli schemi, indefinibile, imprevedibile. Si ha voglia di variare rispetto ai generi e agli scrittori preferiti, per esplorare il mondo letterario ancora sconosciuto. Ecco, se e quando vi troverete in questa situazione, il mio consiglio di lettura è: La Gang del pensiero.

Il romanzo, scritto da Tibor Fischer nel 1994, è uscito nel 2020 in una nuova edizione di Marcos y Marcos e tradotto da M. L. Cortaldo. Racconta le avventure paradossali di un professore di filosofia di Cambridge e un esperto rapinatore francese. Entrambi i personaggi hanno caratteristiche grottesche e surreali, come tutto il romanzo.

Eddie Coffin è un professore grasso, malato e alcolizzato, che non ha mai concluso niente nei cinque decenni della sua vita. Si è ritrovato a Cambridge a fare il professore quasi per caso e ha cercato sempre di trarne vantaggi economici nel modo più disonesto possibile. La sua carriera è costellata da episodi assurdi ed esilaranti, come quando la sua editor lo incatena a un termosifone perché, nonostante abbia già incassato cospicui anticipi, non ha ancora scritto il suo libro di storia della filosofia.

Da giovane mi sarò anche comportato in modo più onorevole. Appena sono passato al professionismo filosofico, ho buttato a mare il mio idealismo insieme alla fede nella mia missione; la dedizione e la decenza sono state ben presto sorpassate dal desiderio di guardare il mondo dall’alto di un belvedere di banconote. Forse, se mi fosse rimasto un briciolo di fiducia nella possibilità di aprire nuovi sentieri nel settore, avrei tenuto a freno le mie bassezze. Ma negli anni quel lontano ronzio – l’impressione che come pensatore mi comportassi più o meno come il custode di un museo che spolvera qualche pensiero e sposta di tanto in tanto gli oggetti in mostra – era diventato un rombo assordante.

Hubert ha un solo occhio, un solo braccio e una sola gamba. La proliferazione di protesi non gli impedisce né di picchiare durissimo né di perpetrare la sua carriera criminale; è uno psicopatico divertentissimo, totalmente privo di freni inibitori e paura, sempre pronto a inventarsi storie mirabolanti e piani criminali che riescono alla perfezione proprio per la loro assurdità.

I due si mettono in affari e danno vita alla “Gang del pensiero”, una banda che si propone non solo di rapinare banche, ma di farlo con stile, diffondendo nel frattempo il sapere filosofico. Tutto gli va sempre bene e, mentre il loro rapporto si fa più saldo, l’obiettivo finale diventa fare una rapina davvero spettacolare e prendere per i fondelli la polizia, che li insegue inutilmente per mesi.

Il romanzo è costellato da episodi esilaranti: l’impiegata di banca (rapinata) che si prende una cotta per Eddie, il topo che invade il loro appartamento e viene poi nominato Talete, la partita di calcio ladri-guardie. Quello de La Gang del pensiero è un umorismo spesso nero e cinico, che ti fa fare quei mezzi sorrisi increduli, ma ti fa anche pensare: “cavolo, ma è geniale!”. È inoltre costellato di citazioni e riferimenti a filosofi antichi e moderni, spesso utilizzate per dimostrare tesi tanto strampalate quanto accattivanti:

Morire nel modo giusto è importante per la carriera. Siamo onesti, il nome di Socrate, tanto per fare un esempio, ricoprirebbe molta meno carta se fosse morto per un’ostrica andata a male o per un brutto raffreddore. Giordano Bruno è passato alla storia solo perché è stato cremato prima di morire e Seneca si è salvato per il rotto della cuffia tagliandosi i polsi nella vasca da bagno.

La forma è un’altra protagonista di questo libro. Nel testo ricorrono costantemente parole semi-sconosciute che iniziano per zeta, creando un leitmotiv che percorre il romanzo dall’inizio alla fine e che viene, molto cripticamente, chiarito soltanto alla fine. Il racconto non è lineare, ci sono continui balzi avanti e indietro nel tempo, ed è generalmente diviso in brevi paragrafi, i cui titoli sono importanti quanto il testo stesso: sono spesso delle vere e proprie chiavi di lettura, senza le quali il paragrafo potrebbe non avere alcun senso. Merita riportarvi alcuni di questi titoli, che esemplificano alla perfezione l’originalità della scrittura di Fischer: Battute trite immortali 1.1, Perdere le case altrui, Astenersi dormiglioni, La rapina più rapinosa, Sull’essere presi a calci, e così via.

Questo romanzo mi ha sfidata e divertita; è sicuramente un buon libro per mettersi alla prova e per leggere qualcosa che esula dai canoni del romanzo più tradizionale. In alcuni punti risulta dissacrante per il cinismo e il pessimismo che lo pervade, per una concezione della vita che sicuramente mi appartiene poco: un susseguirsi di eventi casuali improntati al raggiungimento del benessere materiale. Ho il sospetto che questa visione sia soltanto il messaggio più superficiale che lo scrittore volesse trasmettere, ma mi ha lasciata in dubbio e forse anche questo era uno degli obiettivi del libro. Sicuramente è un tipo di scrittura che, scardinando le strutture tradizionali della scrittura, stimola la creatività e aiuta a pensare fuori dagli schemi.

Per tutti questi motivi, è un libro che ho apprezzato molto e che mi sento di consigliarvi vivamente. Ringrazio La Gang del pensiero torinese, dove ho comprato la copia autografata numero 147 della tiratura speciale per i vent’anni della libreria.

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