Recensioni

“La rondine fuggita dal paradiso” di Hyok Kang

Come alcuni di voi già sapranno, negli ultimi mesi ho scoperto i drama coreani e mi sono gettata a capofitto in questo nuovo mondo. Tuttavia, al di là delle storie, mi piace imparare qualcosa di nuovo dal punto di vista culturale e sociale. E, perchè no, magari anche storico.

Avendo, quindi, trovato in biblioteca La rondine fuggita dal paradiso, non ho esitato e l’ho subito preso in prestito. Si tratta della storia di Hyok Kang, un ragazzino fuggito dalla Corea del Nord insieme ai suoi genitori quando aveva dodici anni, nel 1998. Il suo racconto è di una spontaneità disarmante: non ci sono artifici retorici né lucide analisi politiche. Hyok racconta la sua infanzia, così come l’ha vissuta, senza alcun tentativo di voler suscitar pietà o indignazione. E questo non fa che accrescere l’orrore in chi legge.

Hyok è nato e cresciuto nel villaggio di Unsong, poco distante dal confine con la Cina e con la Siberia. La sua narrazione parte proprio dalla descrizione del luogo d’origine, di casa sua e di quella dei suoi nonni paterni. Le stanze, il mobilio e gli immancabili ritratti dei Grandi Leader… Con grande spontaneità e semplicità ci viene descritta la quotidianità di una famiglia, che è la quotidianità di moltissime famiglie nordcoreane, alle prese con i problemi economici, le dure regole del regime e, ad un certo punto, la carestia.

La fame è uno dei temi principali del libro e ci viene presentata non come un evento straordinario ( nel senso letterale di “fuori dall’ordinario”), ma come l’ennesimo peggioramento delle già misere condizioni di vita in cui versa la famiglia di Hyok Kang.

All’inizio a casa nostra ce la cavavamo un po’ meglio rispetto agli altri, grazie al denaro che avevamo ricevuto qualche anno prima da un prozio rimasto in Giappone. Mamma cercava di fare più economia che poteva, spendendo con molta parsimonia. In genere mangiavo due “pasti” al giorno, cioè brodaglie lunghe, con qualche foglia di ortaggi e tagliatelle di mais.

[…]

Intorno a me tutto deperiva e andava in rovina. Comunque gli scolari dovevano andare lo stesso a scuola che era sempre obbligatoria. I più poveri si nutrivano di erba. Durante la lezione, la pancia gorgogliava per i borborigmi. Dopo poche settimane, il viso cominciava a gonfiarsi, e sembravano quasi ben nutriti, poi si ingrossava ancora, fino a diventare un pallone. Avevano guance tanto rigonfie da impedire la vista, così non riuscivano più a vedere la lavagna. Certi avevano la pelle coperta di impetigine e la pelle squamata. […]

Quando sono passato alle medie, quattro miei compagni sono morti di fame.

Lentamente si assiste all’inesorabile deperimento della popolazione di Unsong. Adulti che affannano a cercare radici da cui estrapolare tutto il nutrimento possibile e anche di più; bambini, spesso orfani, che affollano il mercato e la stazione mendicando avanzi e briciole, come piccole rondini. La fame è un tormento, una piaga che non si riesce a fermare. Gli aiuti dell’ONU finiscono nelle pance della classe dirigente e, quando vengono mandati dei delegati per verificare la situazione, viene montata una vera e propria farsa. La gente muore di fame, ma anche di questo viene accusato il nemico capitalista.

Nonostante le numerose privazioni, Kang Hyok mantiene una fede incrollabile nei confronti del Partito: tutto ciò che ha imparato a scuola, tutto ciò che la rete nazionale trasmette alla radio o alla televisione per lui è la verità. Il controllo delle informazioni e la censura in Corea del Nord raggiungono livelli inimmaginabili, arrivando a riscrivere la Storia. Grande sarà il turbamento del ragazzino quando arriverà in Corea del Sud: non tanto per il diverso stile di vita, ma proprio in merito agli insegnamenti ricevuti fin da bambino.

Un altro aspetto della narrazione che mi ha profondamente turbata riguarda il mondo della scuola e, in particolare il ruolo degli insegnanti. Se così vogliamo definirli. Oltre alle punizioni corporali, i maestri di Kang Hyok si lasciano facilmente corrompere dalle famiglie più benestanti per favorire i loro figli in classe e non esitano a sfruttare i ragazzi nei lavori agricoli, lavori obbligatori per tutti gli studenti. Per non parlare, poi, dei metodi “educativi”.

Ogni lunedì dovevamo consegnare al professore una scheda-formulario intitolata “L’integrità della vita quotidiana”, che compilavamo ogni domenica in maniera più o meno convinta. La scheda è divisa orizzontalmente in tre parti. Nella parte superiore occorre indicare una lista di cattive azioni commesse nella settimana appena trascorsa, e pentirsene utilizzando le formule consuete. Lo spazio che segue è riservato ai buoni propositi che si vogliono intraprendere e ai giuramenti di non ricadere mai più nelle stesse colpe. Tutta l’ultima parte del foglio è dedicata alla denuncia dei compagni di classe.

Non ho parole per commentare questa scheda. Ma è un buon indicatore di quello che è il sentimento più diffuso nelle comunità nordcoreane: il sospetto. Il protagonista lo sottolinea più volte: la solidarietà è un lusso che in pochi si possono permettere. Fare la spia sul comportamento errato di un vicino di casa può garantirti una razione in più di cibo. E in tempo di carestia “lo stomaco diventa mille volte più importante della coscienza”.

La situazione della famiglia di Kang Hyok si complica quando il padre viene arrestato e mandato in prigione. La sua detenzione è quanto di più disumano si possa immaginare e non stupisce che in molti non sopravvivessero. Rispedito a casa dopo pochi mesi a causa di un’infezione, l’uomo progetta la fuga in Cina con tutta la sua famiglia, perché una volta rimandato al campo di rieducazione sa che non resisterebbe a lungo. Inizia, così, un nuovo capitolo della narrazione, lontano dalla Corea del Nord, ma non per questo più felice. Una volta arrivati in Cina, infatti, devono continuamente spostarsi, nel timore di essere denunciati alle autorità e rispediti in Corea. Dopo mesi di fuga e nascondigli, Kang Hyok decide di andare in Corea del Sud con un cugino, passando dal Vietnam e dalla Cambogia, nella speranza di farsi raggiungere in seguito dai genitori.

Nell’ultima parte del libro ci viene riportata l’esperienza in Corea del Sud, lo stupore per un mondo così diverso, ma ci vengono anche raccontate le diverse difficoltà di integrazione: i Nordcoreani sono considerati potenziali delinquenti, bugiardi e imbroglioni e questo fa sì che ai colloqui di lavoro vengano molto spesso scartati. le speranze di una nuova vita più facile e felice si polverizzano in fretta e anche per i più giovani ci sono diversi problemi con i coetanei. tante sono le prese in giro per la piccola statura (dovuta, ovviamente, alla malnutrizione) e le umiliazioni spesso sono all’ordine del giorno. Ma chi viene dal Nord reagisce con la forza, perché così ha imparato a sopravvivere, e i guai con la giustizia sono dietro l’angolo.

Per me la cosa più esaltante della Corea del Sud è l’emozione di sentirmi libero. Una sensazione che avverto fin dentro la carne. Nella Corea del Nord, ci educavano a non aspirare neppure alla libertà.

Ma come non sentirmi umiliato in questa Corea del Sud moderna e influente, che ci ha senza dubbio accolti, ma che ci guarda come esseri inferiori? Qualsiasi cosa io abbia vissuto in precedenza, quali siano stati i pericoli, l’accecamento, l’imbestialimento, il terrore permanente, la fame, la malattia, le persecuzioni, questi pezzi di vita mi appartengono e resteranno per sempre impressi in me. Io li ho fuggiti, ma non posso rinnegarli. Sembra che si tratti di un paradosso comune tra i “rifugiati”, questa gioia di essere in un Paese libero mescolata alla nostalgia dei paesaggi da incubo da cui siamo fuggiti.

La rondine fuggita dal paradiso è stato per me un pugno nello stomaco perché ha rappresentato immagini di una disumanità terribile con un linguaggio semplice e diretto. Orrori che, almeno in parte mi auguro, in Europa hanno iniziato a svanire dopo il 1945, in Corea del Nord continuano ad essere presenti. La mia più sincera speranza è che un giorno Kang Hyok possa riabbracciare i suoi migliori amici rimasti ad Unsong, con i quali non ha più avuto nessun contatto dal giorno della sua partenza.

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