Recensioni

“Il ballo delle pazze” di Victoria Mas

Gli uomini dalle menti fiere non vogliono essere messi in discussione, tantomeno da una donna. Stimano le donne solo quando l’aspetto fisico è di loro gusto. Quanto a quelle capaci di nuocere alla loro virilità, non le tengono da conto o, ancora meglio, se ne sbarazzano.

[…] La Salpêtrière è un deposito per tutte quelle che disturbano l’ordine costituito, un manicomio per tutte quelle la cui sensibilità non corrisponde alle aspettative, una prigione per donne colpevoli di avere un’opinione.

Che cos’era un manicomio francese alla fine del XIX secolo? Che tipo di donne vi venivano rinchiuse? E perché? Il romanzo di Victoria Mas, Il ballo delle pazze, edito da Edizioni e/o e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, cerca di rispondere a queste domande. Racconta diverse storie di donne che, per motivi diversi, hanno a che fare con il celebre manicomio parigino.

C’è la ragazza di buona famiglia internata perché dice di poter parlare con gli spiriti, e che si mostra troppo indipendente e autonoma per i gusti del padre; c’è l’adolescente violentata dallo zio e incolpata per l’abuso subito; c’è la prostituta anziana che ha trovato nel manicomio un rifugio; e c’è infine l’infermiera rigida e rispettosa, costretta a mettere in dubbio tutto ciò in cui ha sempre creduto. Tutto ruota intorno al ballo del titolo, un evento mondano di Parigi, durante il quale il manicomio viene aperto al pubblico per ospitare un ballo in cui le pazze si mescolano alla gente “normale”, che non aspetta altro che vedere un attacco isterico, un vero spettacolo.

Dal romanzo emerge chiaramente come all’epoca, generalmente, la donna che usciva dagli schemi per lei costruiti veniva subito additata come pazza, fuori dalla norma, deviante. Bastava che dimostrasse un po’ di intraprendenza, che si ribellasse a un’ingiustizia, che manifestasse il desiderio di realizzare se stessa e le sue ambizioni, perché fosse punita, molto spesso proprio con l’internamento.

Geneviève non sa più quanti uomini abbia visto sedersi su quella sedia: operai, fiorai, professori, farmacisti, commercianti, padri, fratelli, mariti… Senza la loro iniziativa probabilmente la Salpêtrière non sarebbe così popolata. Certo, è capitato che donne abbiano portato altre donne, non tanto le madri quanto le matrigne o le zie, ma la maggior parte delle alienate è stata scaricata lì da uomini di cui le poverette portavano il cognome. È la sorte peggiore: senza marito e senza padre non hanno più sostegno, alla loro esistenza non è accordata la più minima considerazione.

Siamo in un mondo in cui la vita della donna ha senso soltanto quando può essere chiamata “figlia di”, “sorella di”, “moglie di”. La donna non ha valore di per sé, ma solo se messa in relazione con una figura maschile. Ed è proprio questa figura maschile che si prende la “responsabilità” di allontanare la figlia, la sorella, la moglie dalla vita sociale quando questa diventa ingestibile, quando si ribella all’ordine costituito e cerca di uscire dagli schemi.

Nel manicomio le internate generalmente si annoiano molto, vagano per le sale senza niente da fare, sono costrette a subire visite invasive, osservate e derise dagli infermieri e dai medici, hanno diritto a un po’ di tempo all’aperto di tanto in tanto, ma niente di più. L’autrice non lo dice mai esplicitamente, ma quando ci descrive la vita dentro il manicomio, ci fa capire come anche le donne sane, forti e indipendenti, se costrette a una vita monotona, private della propria libertà e del diritto sul proprio corpo e sulla propria mente, perdono gradualmente contatto con la realtà e diventano quelle alienate che i loro familiari le hanno accusate di essere. L’internamento diventa così non la cura, ma la causa della pazzia.

Il romanzo di Victoria Mas è breve, conciso, sintetico. Va dritto al punto e presenta degli scorci di vita da manicomio piuttosto suggestivi. La sua scrittura è puntuale, emotiva senza essere melensa, elegantemente feroce nel giudicare la condizione femminile dell’epoca. Ho apprezzato la lettura perché l’argomento mi appassiona molto, ma ho trovato il libro fin troppo stringato. Avrei preferito leggere di più del rapporto tra le internate, delle loro storie passate, e del rapporto con il famoso dottor Charcot, il neurologo francese che studiava l’isteria e che fu maestro di Freud. Una volta finito il romanzo, rimane fin troppa curiosità e un po’ di delusione per non aver letto di più, ed è un vero peccato.

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