Recensioni

“Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker

Mercoledì notte ho terminato, tra le lacrime, Il libro dei Baltimore di Joël Dicker. Bellissimo. Avevo già adorato La verità sul caso Harry Quebert, per l’intreccio della storia e tutta la parte di riflessione sul processo di scrittura di un romanzo.

Il legame tra i due libri è il protagonista, Marcus Goldman, affermato scrittore. Il libro dei Baltimore nasce dopo l’incontro casuale di Marcus con Alexandra, suo antico amore ed ora cantante di successo. Marcus decide, allora, di riprendere in mano la storia della sua infanzia e della sua giovinezza, del periodo d’oro in cui lui e i cugini Hillel e Woody trascorrevano insieme le vacanze, quando, qualche anno dopo, Alexandra è entrata nelle loro vite.

Con continui salti temporali seguiamo Marcus nel racconto del suo passato, che si intreccia con quella dei cugini e degli zii, Saul e Anita. Agli occhi del protagonista i quattro hanno sempre rappresentato il meglio, l’incarnazione della felicità, della fortuna, della forza.

Rispetto a tutte le famiglie che avevo conosciuto, a tutte le persone che avevo incontrato, Saul, Anita e Hillel mi erano sempre sembrati superiori: più felici, più realizzati, più ambiziosi, più stimati. Per molto tempo, l’esistenza mi diede ragione. Erano esseri di un’altra dimensione. Ero affascinato dalla facilità con cui percorrevano la vita, abbagliato dal loro ascendente, soggiogato dalla loro disinvoltura. Ammiravo il loro stile, la loro posizione sociale, le loro proprietà […]. Il loro garbo nei miei confronti. Quella magnifica superiorità che li faceva ammirare istintivamente. Non suscitavano gelosie: erano troppo ineguagliabili per essere invidiati. Erano stati benedetti dagli dei. Per molto tempo pensai che non gli sarebbe mai successo niente. Per molto tempo pensai che sarebbero stati eterni.

Vediamo, attraverso gli occhi di un Marcus bambino, come si sviluppa la storia della famiglia Goldman che vive a Baltimore: zio Saul e zia Anita, belli e realizzati nel lavoro, e il piccolo Hillel, intelligentissimo, ma bersaglio dei bulli a scuola. Per Marcus nulla poteva superare quei suoi parenti e, anzi, arriva a vergognarsi dei propri genitori, il cui stile di vita a Montclair non avrebbe mai potuto raggiungere quello dei Goldman di Baltimore. Eppure, la differenza fra Montclair e Baltimore cessava durante le vacanze estive, quando Marcus raggiungeva Hillel, e più tardi anche Woody, e insieme trascorrevano dei periodi indimenticabili. Formavano la “Gang dei Goldman” e niente e nessuno avrebbe potuto separarli.

La narrazione del Marcus adulto, però, fa continui riferimenti alla Tragedia. È successo qualcosa ai cugini di Baltimore, qualcosa che ha distrutto parte della famiglia Goldman. I numerosi flashback sulla giovinezza dei tre ragazzi sono pieni di gioia, ingenuità, speranza e inconsapevolezza, ma su questi racconti felici incombe, perennemente, l’ombra di questa Tragedia, che impedisce al lettore di godersi pienamente quegli episodi, a volte comici, perché è costantemente consapevole che prima o poi una sciagura si abbatterà su quei personaggi.

il-libro-dei-baltimoreE mentre Marcus ricostruisce il suo passato, deve cercare di sistemare il suo presente con Alexandra, cercando di andare oltre le tristi memorie e guardando ad un futuro che potrebbe essere luminoso per entrambi. Tuttavia, lasciarsi alle spalle quello che è stato non è così semplice per il nostro protagonista, che si vede costretto a rivivere gli anni più belli della sua vita, ma anche quelli più dolorosi e si mette ad indagare a fondo su alcune faccenda della propria famiglia che da giovane non riusciva a comprendere, ma sulle quali è necessario fare luce per poter andare avanti. Il libro dei Goldman mescola la storia  familiare con elementi del romanzo di formazione: è la storia dei Goldman, ma soprattutto di Marcus, dell’uomo che è diventato, delle prove che superato, delle persone che ha amato. È la storia di un uomo che ha trovato nella scrittura il metodo per esternare le emozioni, per guarire la sua anima, per superare il senso di colpa. Nei romanzi che ha scritto, la tragedia dei Goldman non ha mai avuto luogo. Nei libri c’è spazio per la vita, la speranza, il lieto fine.

Della grandezza dei Goldman di Baltimore, di ciò che erano stati, presto non sarebbe rimasto più nulla. La mia unica risposta alla vita era il mio libro.

Grazie ai libri,

Tutto era cancellato.

Tutto era dimenticato.

Tutto era perdonato.

Tutto era riparato.

Nel mio studio di Montclair potevo rivivere perpetuamente la felicità dei Baltimore. In cuor mio, non avrei voluto mai più lasciare quella stanza ma, quando dovevo per forza uscire, ero ancora più contento allorché, al mio ritorno, ritrovavo tutti lì.

È un messaggio che mi ha fatto commuovere: Marcus, che in questo modo diventa incarnazione dello scrittore in generale, vede i libri come risposta alternativa alla realtà, evasione consapevole da un mondo buio. C’è una prospettiva diversa nei romanzi. Un mondo nuovo, forse irreale, ma non per questo meno vero.

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Con Il libro dei Baltimore Joël Dicker mi ha conquistata ancora una volta: la caratterizzazione dei personaggi è ottima, così come lo stile della narrazione, per non parlare dell’intreccio che ha saputo sapientemente alternare passato e presente, impedendo al lettore di staccarsi dal libro. Ho avuto modo di riflettere molto sul valore dei legami familiari, sul lato oscuro dell’amore che lega fratelli e genitori, coniugi e amici. Come la gelosia possa distruggere tutto, così come l’incomprensione, mentre l’amore e il perdono permettono di andare avanti. Muovo una piccola critica ai dialoghi, che nell’ultima parte mi sono sembrati un po’ banali, ma è una mia impressione. Per il resto si tratta sicuramente di uno dei romanzi più belli che abbia mai letto: intenso e coinvolgente. Ho pianto alla fine.

 

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